È finita un’altra stagione, e il finale è il peggiore possibile. Una retrocessione forse impensabile alla fine della scorsa stagione ma che, guardando tutto il percorso, appare scritta sin dall’inizio di questo campionato. Un cammino, quello biancorosso, costellato di contraddizioni, spezzato, con zero continuità e soprattutto privo di programmazione. Una stagione che ha dato costantemente la sensazione di non trovare una direzione precisa, né dentro né fuori dal campo. E il risultato non può che essere questo: la conseguenza inevitabile di tutto ciò che non ha funzionato, dall’inizio del mercato estivo all’ultima partita playout terminata senza reti.
Il Bari ha vissuto mesi di instabilità continua, provando a cambiare pelle più volte senza però trovare una vera identità. Allenatori cambiati, moduli alternati, interpreti adattati, soluzioni provate e poi abbandonate: è stato tentato praticamente tutto, ma senza che nulla riuscisse davvero a prendere forma. E, inevitabilmente, nel bilancio finale le responsabilità non possono essere circoscritte a un solo fattore. Tra queste rientra anche la gestione tecnica di Longo.
E, oggi, è proprio l’allenatore piemontese a finire dentro il processo. La tanto attesa svolta non si è mai vista: né sul piano del gioco, né su quello della continuità, né nella capacità di dare una sterzata nei momenti decisivi. Tentativi, aggiustamenti, cambi di modulo, ma nessuna soluzione realmente vincente. Qualche vittoria e qualche segnale positivo erano anche arrivati, ma ogni volta il Bari è ricaduto negli stessi errori, ripartendo continuamente da zero. E una squadra che voleva davvero salvarsi non poteva permettersi certi scivoloni nel momento più importante della stagione. Su tutti, la pesantissima sconfitta contro il Pescara, altra squadra poi retrocessa, con quattro gol incassati: ennesima dimostrazione di come, alla fine dei conti, il Bari abbia anche meritato di retrocedere. Alla fine infatti, più che dare risposte, certe scelte hanno finito per aumentare ancora di più la confusione in una squadra già instabile.
A questo punto anche l’allenatore non può considerarsi esente da colpe. Longo non è riuscito a dare al Bari un’identità forte, riconoscibile, né a trovare soluzioni nei momenti in cui la stagione chiedeva lucidità e decisioni. La retrocessione è il risultato di un insieme di errori, fragilità strutturali e continui passi falsi che, settimana dopo settimana, hanno trascinato i biancorossi verso il fallimento totale. E dentro di esso, inevitabilmente, finisce anche il lavoro dell’allenatore piemontese.
Nel post-partita di ieri sera Longo ha provato anche a difendere il proprio operato. Ai microfoni di RadioBari, l’allenatore piemontese ha rivendicato il percorso fatto dal suo ritorno in panchina: “La squadra ha girato con me a un ritmo da nono posto. Abbiamo ereditato una squadra con grandissime problematiche, l’abbiamo resa viva”. Parole destinate inevitabilmente a far discutere, alla luce di un verdetto finale che spazza via qualsiasi statistica parziale. Perché al di là dei numeri, alle attenuanti e ai problemi ereditati, resta una realtà impossibile da ignorare: il Bari è retrocesso in Serie C. E quella svolta tecnica chiamata a gennaio che avrebbe dovuto evitare il tracollo, semplicemente, non è mai arrivata.
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