La retrocessione in Serie C ha chiuso un altro capitolo della storia recente del Bari. Con l'addio ufficiale di Valerio Di Cesare al ruolo di direttore sportivo, si apre l'ennesima fase di ricostruzione della gestione De Laurentiis. Dal 2018 a oggi si sono alternati diversi uomini mercato, ognuno con il proprio percorso, i propri meriti e le proprie responsabilità. Una storia fatta di rinascite, promozioni, sogni sfiorati e cadute fragorose.
Il primo nome della nuova era fu quello di Giuseppe Pompilio, il direttore sportivo della ripartenza. Fu lui a gettare le fondamenta del nuovo Bari nato dopo il fallimento del 2018. Uomo di fiducia di Cristiano Giuntoli, con il quale aveva condiviso esperienze importanti tra Carpi e Napoli, Pompilio ebbe il merito di costruire una squadra immediatamente vincente. La scelta di Giovanni Cornacchini in panchina si rivelò corretta per la categoria e il mercato fu di livello superiore rispetto alla Serie D. Gli investimenti della nuova proprietà permisero di allestire una corazzata che conquistò la promozione in Serie C al primo tentativo. Dopo circa un anno la sua esperienza terminò e il dirigente tornò nell'area scouting del Napoli.
Accanto a lui, sin dal primo giorno dell'era De Laurentiis, c'era anche Matteo Scala. Anch'egli proveniente dall'orbita Giuntoli e dal percorso condiviso a Carpi, rimase a Bari per due stagioni. La prima al fianco di Pompilio, la seconda da figura centrale dell'area sportiva. Fu il periodo in cui il Bari cercò di costruire il salto verso la Serie B senza riuscirci. La conferma di Cornacchini prima e l'arrivo di Vincenzo Vivarini poi non bastarono per raggiungere l'obiettivo. La squadra arrivò fino alla finale playoff contro la Reggiana, ma la promozione sfumò sul più bello. Un risultato che lasciò inevitabilmente l'amaro in bocca.
Ancora più breve e travagliata fu la parentesi di Giancarlo Romairone. Appena 173 giorni di permanenza per uno dei periodi più complicati della gestione De Laurentiis. Una stagione nata male e conclusa peggio, caratterizzata da tre cambi di allenatore e da una squadra incapace di trovare identità. La qualificazione ai playoff di Serie C non bastò a salvare un'annata che rappresentò uno dei punti più bassi del percorso biancorosso.
La vera svolta arrivò con Ciro Polito. Per molti resta ancora oggi il miglior direttore sportivo dell'era De Laurentiis. Tre stagioni che, nel complesso, hanno riportato entusiasmo e risultati. Il primo grande capolavoro fu la costruzione della squadra che dominò il campionato di Serie C conquistando la promozione con largo anticipo. Ancora più straordinario fu però il lavoro svolto nella stagione successiva. Il Bari arrivò a un passo dalla Serie A, sfiorando una promozione che sembrava impossibile fino a pochi mesi prima. È l'anno della finale playoff persa contro il Cagliari e della celebre conferenza stampa del "carro armato", diventata ormai parte della memoria collettiva biancorossa. Qualcosa si ruppe dopo quella notte. La stagione seguente, culminata con la salvezza ottenuta ai playout contro la Ternana, evidenziò anche errori di valutazione e di costruzione della rosa. Eppure, osservando quanto accaduto dopo il suo addio, viene spontaneo pensare che la storia, almeno in parte, abbia finito per dargli ragione.
Per raccoglierne l'eredità fu scelto Giuseppe Magalini. Il curriculum lasciava ben sperare. Reduce dall'ottimo lavoro svolto a Catanzaro, dove aveva contribuito alla costruzione della squadra dei miracoli guidata da Vincenzo Vivarini, rappresentava un profilo di esperienza e competenza per la Serie B. Le aspettative erano elevate, ma la realtà è stata molto diversa. Le difficoltà sono emerse quasi subito, anche dal punto di vista comunicativo. Restano impresse nella memoria dei tifosi le dichiarazioni successive alla mancata qualificazione ai playoff della scorsa stagione, quando definì il mancato accesso agli spareggi promozione come qualcosa di non drammatico. Parole che furono interpretate da molti come il simbolo di una società incapace di comprendere il peso e le ambizioni della piazza barese. Sul campo le cose sono andate ancora peggio. Le scelte tecniche non hanno funzionato, gli allenatori individuati non sono riusciti a dare una svolta e la squadra è progressivamente scivolata verso il baratro. Una stagione iniziata senza particolari entusiasmi e conclusa con una retrocessione che resterà tra le pagine più amare della storia recente del club.
Infine, gli ultimi mesi portano il nome di Valerio Di Cesare. Una scelta inevitabilmente romantica, affidata a uno dei simboli più amati della rinascita biancorossa. A gennaio, nel pieno dell'emergenza, il grande capitano ha accettato di passare dalla difesa alla scrivania nel tentativo di salvare il Bari. Il compito era però quasi impossibile. Con una squadra già in evidente difficoltà e un mercato condizionato da risorse limitate e margini di manovra ridottissimi, Di Cesare ha provato a intervenire come ha potuto. Qualche intuizione c'è stata, ma non abbastanza per invertire una rotta che sembrava ormai segnata. Le sue responsabilità esistono e lui stesso probabilmente ne è consapevole. Ma sarebbe ingeneroso attribuirgli il peso principale di una retrocessione maturata ben prima del suo arrivo in dirigenza. La sua avventura da direttore sportivo termina dopo pochi mesi e senza il lieto fine che tutti avrebbero desiderato. Resta però intatto il valore di ciò che ha rappresentato da calciatore.
Adesso il Bari è chiamato a scegliere un nuovo uomo mercato. Ancora una volta. Con una differenza sostanziale rispetto alle altre occasioni: stavolta si riparte dalla Serie C. E gli errori, dopo quanto accaduto, non saranno più concessi.
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