Dopo l'intervista a Franco Spagnuolo, prosegue il viaggio di TuttoBari all'interno dell'universo Ideale Bari. Il protagonista questa volta è Alessandro Bovio, protagonista assoluto della straordinaria stagione scorsa, culminata con la conquista della categoria Promozione.
Trequartista, capocannoniere del campionato di Prima Categoria con 17 reti e autore del gol decisivo nello spareggio contro il Triggiano disputato a Bisceglie, Bovio racconta però soprattutto un'altra storia. Quella di un ragazzo cresciuto nel settore giovanile del Bari, che aveva quasi perso l'amore per il calcio e che proprio all'Ideale è riuscito a ritrovarlo. "Non cerco rivincite, racconto semplicemente quello che ho vissuto", esordisce Bovio, tornando con la memoria ai suoi primi passi nel mondo del pallone. "Sono partito dal settore giovanile della Nic Calcio Bari, un'esperienza bellissima. Ho avuto allenatori che mi porto ancora oggi dentro, come mister Notariale e Chiricallo. A quindici anni arrivò la chiamata del Bari, poco prima del fallimento. Arrivai alla fine della preparazione, ma decisero comunque di investire su di me perché vedevano talento e qualità. Ero molto gracile, avevo uno sviluppo fisico tardivo, ma credevano che con il tempo avrei potuto fare il salto in prima squadra".
Quel salto, però, non arrivò mai. "Ricordo ancora quando Scala mi fermò e mi disse: 'Da oggi rimani con noi, crediamo in te, ma prima devi crescere fisicamente'. Sembrava l'inizio di qualcosa di importante. Dopo pochi giorni, però, tornai in Primavera e non successe più nulla. Il problema era che prima squadra e settore giovanile erano due mondi separati. Quello che accadeva da una parte non arrivava dall'altra. Non c'era un reale interesse nel costruire un percorso per i ragazzi".
Il suo non è uno sfogo, ma una riflessione maturata con il tempo. "Molto spesso si preferiva il ragazzo già strutturato fisicamente rispetto a quello magari meno sviluppato ma con qualità tecniche importanti. Io vivevo una situazione assurda: in prima squadra ricevevo complimenti dai calciatori, poi tornavo in Primavera e giocavo poco, a volte persino fuori ruolo. Non è capitato soltanto a me. Ho visto tanti ragazzi di valore vivere la stessa situazione. In quella squadra c'erano calciatori come Sabino Signorile, Marco Ferrante, Nicola Di Pinto e Vito Laccassia. Alcuni sono arrivati in Serie C, altri avrebbero meritato categorie ancora superiori".
Dopo il fallimento del Bari, Bovio decide di continuare il proprio percorso. Prima il Monopoli, dove conquista un campionato Primavera, poi le prime esperienze tra i grandi. "Anche lì ritrovai la stessa logica: il fisico davanti alla qualità. Feci anche qualche panchina in Serie C, ma dentro di me qualcosa si era spento. La passione stava scomparendo. Così scelsi di dedicarmi agli studi. Mi sono diplomato al liceo classico e poi laureato. Non avevo bisogno di vivere di calcio e, piano piano, mi sono allontanato. Giocavo in piccole realtà come la Virtus Palese, ma ormai quel mondo mi faceva stare male".
La svolta arriva quando incontra l'Ideale Bari. "Per me è stata una riscoperta dell'amore che provavo per il calcio. Dopo tante delusioni ho trovato una famiglia. Un ambiente completamente diverso, dove al centro c'è davvero l'amore per questo sport. Ho trovato persone straordinarie, gente che viene al campo solo per passione, che aiuta la squadra senza chiedere nulla in cambio e che onora questa maglia senza alcun interesse personale. Tutto quello che mi aveva fatto allontanare dal calcio qui non esisteva più. Era come vivere in un'isola felice".
Bovio racconta cosa rende unica questa realtà. "Il primo anno c'era un rimborso quasi simbolico, ma non interessava a nessuno. Si veniva al campo perché si voleva stare insieme e giocare. Quella luce che avevo perso si è riaccesa. Tanto da convincermi, per un anno, a riprovare anche categorie superiori. Volevo capire se fosse cambiato qualcosa. Alla fine ho capito che l'unico posto in cui mi sentivo davvero a casa era l'Ideale Bari. Qui ritrovavo i miei valori e il modo di vivere il calcio che cercavo. Per questo sono tornato. È stata una scelta di vita prima ancora che calcistica".
La stagione appena conclusa resterà indelebile nella sua memoria. "È stato un anno incredibile. Mi sono laureato, abbiamo vinto il campionato e personalmente è arrivato anche il titolo di capocannoniere. Ma la promozione non è stata una sorpresa. Lo dicevo già a inizio stagione al direttore e al mister: 'Questo campionato lo vinciamo'. Non eravamo la corazzata costruita per dominare, ma c'era una sensazione particolare nello spogliatoio. Società, staff, squadra e tifosi remavano tutti dalla stessa parte. Si percepiva qualcosa di speciale".
Il ricordo corre inevitabilmente a Bisceglie, dove il suo gol nello spareggio contro il Triggiano ha indirizzato il campionato. "Quella è un'emozione che non dimenticherò mai. Non tanto per il gol o per una soddisfazione personale, ma perché ho visto gente piangere. In quel momento ho capito davvero cosa rappresenta l'Ideale Bari per tante persone. C'è chi vive questa società come fosse un figlio, senza interessi, senza tornaconti economici. Solo per amore. E io sono uno degli ultimi arrivati. Ci sono tifosi, dirigenti e calciatori che fanno tutto questo da quattordici anni".
Anche il titolo di capocannoniere passa quasi in secondo piano. "Segnare diciassette gol giocando da trequartista è stata una soddisfazione enorme. Ma la gioia più grande è stata vedere felici tutte quelle persone che lavorano dietro le quinte senza guadagnare nulla e facendo sacrifici incredibili. Vale molto più di qualsiasi classifica marcatori".
Negli ultimi mesi anche il seguito intorno all'Ideale è cresciuto sensibilmente. "Lo percepiamo. Ma per me l'Ideale saranno sempre prima di tutto quei tifosi che sono qui da anni, quelli di cui conosciamo perfino i nomi. Sono loro l'anima di questa società. Spero che chi si avvicina oggi riesca a capire davvero quali siano i valori dell'Ideale Bari. Solo così questa realtà potrà continuare a crescere. Sono convinto che chiunque ci passi, anche solo per poco tempo, finisca inevitabilmente per innamorarsene. Per questo dico a ogni barese di venire almeno una volta al Variato. Non troverà soltanto una partita di calcio, ma un modo diverso di viverlo. È questo che rende speciale l'Ideale Bari".
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