Bastasse il blasone, il Bari sarebbe già in serie B. La verità è che qualsiasi campionato - e la Lega Pro lo ha dimostrato - nasconde molte insidie. Il Bari partito con i favori del pronostico, indicato da tutti come la favorita alla vittoria finale, ha dovuto rendere la corona a sua Maestà la Reggina. Qualche errore poteva essere evitato, ma è inutile piangere sul latte versato. Gli errori servono per crescere. L’esperienza insegna come apprendere dove non sbagliare. 

Il Bari dovrà approcciarsi ai playoff con umiltà; solo così non rimarrà prigioniero del suo blasone, né finirà vittima del suo palmarés. In tanti vorrebbero la cresta del Galletto da esibire come scalpo. Come se il Bari rappresentasse chissà quale nemico solo per l’importanza storica che riveste nel calcio italiano. Ed allora via a pensieri errati, convinzioni che posano su castelli di sabbia, cultura del sospetto che, chissà per quale ragione, finisce sempre nel calcio nostrano. Meglio dunque fugare dubbi, e mettere i puntini sulle i. 

Il Bari non è spinto da nessuno se non dal calore e dalla passione dei propri tifosi. Non ci sono santi né processioni per collocarlo in serie B. Se promozione sarà, il merito bisognerà attribuirlo al lavoro della società, e al sacrificio dei calciatori e staff tecnico. Vivarini e la squadra si stanno preparando al meglio per i quarti di finale di questi primi playoff del post Covid19. A differenza del prode Ulisse che adoperò tappi di cera, i biancorossi ascoltano tutto e tutti. Qualcuno dirà che si tratta del rumore dei nemici, altri che possa trattarsi del canto dei gufi. La verità? Parole, soltanto parole.

Sezione: In Primo Piano / Data: Sab 04 luglio 2020 alle 10:00
Autore: Raffaele Garinella
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