Era in programma da settimane, ma non si era fatto più nulla. Più che altro una di quelle decisioni prese all’ultimo momento. Avevo voglia di calcio vero, dopo lo scempio di Mantova-Bari, e di guardarlo senza filtri, lontano da tutto il resto. Così mi sono diretto verso Japigia, verso il campo comunale Variato, dove si giocava Ideale Bari – Etra Barletta, 17ª giornata del campionato di Prima Categoria.
Appena entro, vengo accolto da uno che conosco di vista dai tempi degli Ucn Bari. Mi sorride, mi stringe la mano, mi presenta agli altri e, senza tante parole, mi porge una birra. È un’accoglienza calda, sincera, perché si vede subito che vogliono raccontare la loro realtà. Così gli dico, quasi ridendo, di non far sapere al presidente o alla dirigenza che ero lì.
Ma il piano dura pochissimo perché volevo assistere alla gara senza preconcetti, senza che nessuno mi raccontasse nulla che potesse condizionarmi, volevo viverla io con i miei occhi. Poco dopo, qualcuno mi presenta il numero uno del club, Gianfranco Sergio, e mi ritrovo a pochi passi da lui. Non è in giacca e cravatta, non è distaccato: è lì, tra gli altri tifosi, a ridere, a parlare di calcio come si farebbe al bar, a commentare la formazione e l’approccio alla partita.
Durante il match lo vedo più volte piegarsi accanto al lanciacori, scherzare con chi gli fa una battuta, cantare. Solo col passare dei minuti capisco che da lì assiste sempre alle partite, completamente immerso nella curva, come un tifoso qualunque. Qui i ruoli si mescolano in modo naturale: nessuna distanza, nessuna liturgia.
Parlando con lui, il quadro si completa. Mi racconta che è presidente solo per una questione burocratica, perché la legge lo impone. Ma la squadra, mi spiega, non è sua. L’Ideale Bari appartiene ai tifosi che partecipano attivamente alla vita del club. Sono loro a sostenerla economicamente, a finanziarla, a tenerla in piedi. Le decisioni non arrivano dall’alto, ma vengono discusse e prese in assemblea. Non è un vero e proprio azionariato popolare, ma qualcosa che gli somiglia molto di più nella sostanza che nella forma: partecipazione reale, quotidiana, condivisa. Qui chi sostiene la squadra non è uno spettatore, è parte del progetto.
Mentre osservo la curva e il modo in cui tutto sembra muoversi insieme, incontro Mirko Girone, direttore sportivo. Un uomo che il calcio professionistico lo conosce bene, avendo vissuto esperienze importanti, tra cui quella a Monopoli. Qui, però, non c’è alcun distacco. Girone mi racconta di aver scelto l’Ideale Bari perché se n’è innamorato. Perché qui ha ritrovato il senso delle cose. Con orgoglio mi dice che la maggior parte dei calciatori della rosa li ha portati lui, seguendo una regola semplice e non negoziabile: qui si dà tutto per la maglia. Non è uno slogan, è una condizione per restare.
Sugli spalti ci saranno circa trecento persone. Molte famiglie, tanti bambini, volti che si cercano e si riconoscono. Ragazzini che giocano nella Juniores, che non fanno i raccattapalle come nel professionismo, ma che tifano la prima squadra per novanta minuti, senza risparmiarsi. A un certo punto una signora compare con un vassoio di pasticcini e inizia a offrirli a tutti, anche a chi non conosce. In quel momento capisco che non sono entrato semplicemente in un impianto sportivo, ma in una comunità. Sembra un paese. E invece siamo a Bari.
Il tifo parte subito e non si ferma più, dal primo minuto fino all’ultimo secondo. I cori non cercano l’effetto, ma la presenza. Qui non si canta per farsi sentire, si canta per restare uniti. Sul campo il risultato è quasi un dettaglio: l’atmosfera fuori vale più di qualsiasi spettacolo, eppure il gioco è gradevolissimo, intenso, vissuto, con momenti che tengono tutti agganciati alla partita.
La gara termina 2-2. L’Ideale passa due volte in vantaggio: il primo gol è di Maso, che per fisionomia e numero di maglia mi ricorda Simone Simeri; il raddoppio arriva con Bovio, che ribatte in rete dopo la respinta del calcio di rigore. L’Etra Barletta rimonta e fissa il punteggio sul pari finale. Nonostante tutto, l’Ideale resta in vetta, a meno due dal Triggiano.
Parlando con i tifosi emerge sempre lo stesso concetto. Qui vengono per vedere calciatori che sudano la maglia, che danno tutto. Non c’è rabbia verso il Bari, non c’è livore. C’è solo il bisogno di vivere il calcio come relazione, non come prodotto. Di sentirsi parte di qualcosa che esiste davvero.
Ed è allora che il nome torna a pesare come una storia intera. Ideale e Liberty. Due parole che insieme hanno dato vita al Bari Calcio. Fa impressione pensare che oggi quelle stesse parole siano tornate a camminare da sole, come se la storia avesse fatto un giro lunghissimo per riportare tutto all’essenziale.
Incontro Francesco, papà di Vito Luigi, che gioca nella Juniores. Il ragazzo parla dell’Ideale come di qualcosa che lo rappresenta davvero. Non perde una partita, né in casa né in trasferta. Il padre racconta che, pur vivendo a Milano per lavoro, quando scende nel weekend accompagna sempre il figlio. Qui è diventata una tappa fissa. Vito aggiunge che anche i giocatori della prima squadra seguono la Juniores, restano vicini ai ragazzi. Il nome che torna spesso è quello di Mirco Di Bari, capitano e bandiera da oltre quattordici anni, uno che ha cambiato ruolo nel tempo ma non appartenenza.
La tifoseria organizzata è quella dei Bari 93, i Brav uagnun, ex ultras del Bari che presenziavano le gare dalla curva nord del San Nicola. Un tempo stavano altrove. Oggi stanno qui. Non per protesta, ma per necessità. Avevano bisogno di un luogo dove il calcio tornasse a essere vissuto liberamente, lontano da divieti, tessere e restrizioni che hanno allontanato molti dal modo di tifare che sentivano loro.
Tra i sostenitori emerge un punto fermo: tra tifosi e calciatori non c’è distanza. Si vedono anche fuori dal campo, condividono momenti, cene, pezzi di vita. Le maglie non sono numeri, sono storie.
Quando l’Ideale Bari entra in campo, non ci sono solo undici giocatori. Ci sono anche le persone sugli spalti, con le loro storie, le piccole gioie e le delusioni, i sogni che portano con sé ogni domenica.
Qui nessuno guadagna cifre irreali. Ci sono meccanici, studenti, ragazzi come Francesco Stella, cresciuto nel settore giovanile del Bari, uno di quei sogni che il sistema ha lasciato a metà. Ma qui quei sogni non fanno male. Qui trovano spazio.
Forse le squadre non si sostituiscono.
Ma a volte succede qualcosa di più raro: ti ricordano perché ti eri innamorato.
E l’Ideale Bari, oggi, fa esattamente questo.
Giosè Monno
Autore: Redazione TuttoBari
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