C'è una parola che negli ultimi anni ha accompagnato troppo spesso il Bari: attesa. Attesa di una promozione che non arrivava, attesa di una svolta tecnica, attesa di un progetto chiaro, attesa di spiegazioni. Oggi, dopo la retrocessione in Serie C, quella parola rischia di tornare ancora una volta protagonista.
Sono passate settimane dalla notte del Druso, dalla partita che ha certificato il fallimento sportivo più grave dell'era De Laurentiis. Eppure il Bari sembra essersi nuovamente rifugiato nel silenzio. Una situazione che inevitabilmente riporta alla memoria altre estati complicate. Quella dei quaranta giorni successivi alla finale playoff persa contro il Cagliari, ad esempio, quando la piazza attese invano segnali chiari sul futuro.
La differenza è che oggi la situazione è molto più grave. Allora il Bari era una squadra che aveva sfiorato la Serie A. Oggi è una società appena precipitata in Serie C.
Per questo il tempo assume un valore diverso. Non si tratta semplicemente di scegliere un nuovo direttore sportivo o un nuovo allenatore. Si tratta di ricostruire credibilità. Di spiegare ai tifosi quale sarà il progetto dei prossimi anni. Di far capire se la retrocessione rappresenterà una parentesi da chiudere immediatamente oppure l'inizio di un ridimensionamento che nessuno ha il coraggio di dichiarare apertamente.
Le prime mosse saranno decisive. L'addio di Valerio Di Cesare era ormai inevitabile e quasi naturale dopo quanto accaduto. Adesso, però, serve individuare una figura forte alla guida dell'area tecnica. Non soltanto un direttore sportivo competente, ma un dirigente capace di assumersi responsabilità, di comunicare e di costruire.
La Serie C non aspetta nessuno. Lo insegna la storia recente di tante piazze importanti che pensavano di poter risalire immediatamente e che invece sono rimaste impantanate per anni. Palermo, Catania, Cesena, Avellino, Salernitana: ognuna ha scoperto sulla propria pelle quanto sia complicato uscire dall'inferno della terza serie.
Anche il Bari lo sa bene. Lo ha vissuto tra il 2018 e il 2022. E proprio per questo dovrebbe conoscere perfettamente i rischi che si nascondono dietro una programmazione tardiva o confusa.
Nel frattempo restano aperte questioni pesanti. C'è il tema dello stadio e del rapporto sempre più deteriorato tra società e amministrazione comunale. C'è il mercato, con una rosa che verrà inevitabilmente rivoluzionata. Ci sono i tanti giocatori destinati a partire e quelli sui quali eventualmente ricostruire. E soprattutto c'è una tifoseria ferita che aspetta risposte.
Non servono slogan. Non servono promesse altisonanti. Dopo una retrocessione del genere nessuno chiede proclami. Si chiede però chiarezza. Si chiede una direzione. Perché il Bari ha già perso una categoria. Non può permettersi di perdere anche un'altra estate.
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