Spett.le redazione TuttoBari, C'è un momento preciso in cui la rabbia collettiva può trasformarsi in cambiamento. Un momento in cui la pressione popolare, la voce delle istituzioni e il calore dell'indignazione possono ancora piegare anche le situazioni più cristallizzate. Quel momento, per il Bari calcio, era immediatamente dopo il 22 maggio 2026, la sera in cui i due pareggi a reti inviolate contro il Sudtirol hanno sancito la retrocessione in Serie C. Il ferro era rovente. Adesso, a pochi giorni di distanza, si rischia di lasciarlo raffreddare.
Le reazioni alla retrocessione sono state immediate e comprensibili. I tifosi biancorossi, quella piazza passionale che aveva riempito il San Nicola stagione dopo stagione, sono esplosi in cori, striscioni e contestazioni. Il sindaco di Bari ha scritto una lettera formale e durissima al presidente del Bari Calcio. Giornalisti e addetti ai lavori hanno smontato pezzo per pezzo una stagione costruita male e gestita peggio. A quattro giorni dalla retrocessione, in casa Bari regna ancora quello che qualcuno ha già definito «un silenzio assurdo e assordante». Una distanza tra proprietà e tifoseria che si è consolidata nel tempo, e che ora, nel momento più delicato, diventa insopportabile. In una piazza ferita, il mutismo societario non è neutralità: è benzina sul fuoco e, al tempo stesso, una forma di disprezzo non dichiarato.
Ecco il problema: dopo il momento caldo della rabbia immediata, qualcosa si è attenuato. Le contestazioni si sono fatte meno rumorose. L'indignazione ha lasciato spazio a una sorta di rassegnata attesa.Si aspetta che De Laurentiis parli. Si aspetta che arrivi un acquirente. Si aspetta chissà cosa, senza che nessuno fissi le condizioni di quell'attesa. C'è una data che dovrebbe tenere tutti svegli: il 9 giugno 2026. Entro quel giorno il Bari deve essere iscritto al campionato di Lega Pro. Mancano poco più di dieci giorni. La situazione è complicata da un intreccio di fattori. La retrocessione ha ridotto il valore economico del club, rendendo più difficile e meno appetibile la cessione a quegli investitori stranieri. C'è poi il nodo della multiproprietà.
Di fronte a tutto questo, cosa sta accadendo? Quasi nulla di concreto e pubblicamente verificabile. E il tempo scorre... Il ferro si batte finché è caldo: è un principio antico e universale, che vale per la fucina come per la politica, per il commercio come per la pressione civica. Esiste una finestra temporale, sempre limitata. in cui l'indignazione collettiva ha la forza di ottenere risultati. Passata quella finestra, le cose tornano nella routine, e chi avrebbe dovuto rispondere non risponde più perché non gli viene più chiesto con la stessa urgenza.
Questa finestra, per il Bari, si sta chiudendo. I tifosi avevano ragione a protestare subito, a essere furiosi, a chiedere la testa della gestione. Il sindaco ha fatto bene a scrivere quella lettera e a condizionare la firma per lo stadio. Ma tutto questo ha senso solo se la pressione viene mantenuta anzi, aumentata nei giorni che ci separano dal 9 giugno. Se invece prevale la logica del «vediamo cosa succede», se si aspetta in silenzio una risposta che non arriva, se la rabbia si disperde nella rete tra petizioni digitali e sfoghi sui social, allora il ferro si raffredda.
E un ferro freddo non si plasma... Il Presidente del Bari Calcio sa perfettamente che il tempo gioca a suo favore. Sa che il 9 giugno è una scadenza tecnica che in qualche modo verrà gestita, con o senza una risposta pubblica alle domande della città. Sa che l'iscrizione al campionato di Lega Pro, con tutto ciò che comporta in termini di costi e prospettive ridotte, è un problema prima suo che del Comune. Ma sa anche che una città che smette di protestare è una città che ha smesso di sperare. E una città che ha smesso di sperare è più facile da gestire, non più difficile. Non servono miracoli. Servono cose concrete e misurabili.
Le istituzioni non possono limitarsi a scrivere lettere senza dare seguito alle proprie condizioni. I tifosi organizzati, le curve, i gruppi storici dovrebbero tornare in piazza, davanti alla sede del club, sui gradini del Comune, ovunque la loro presenza fisica possa ricordare che questa storia non è finita con la retrocessione, ma ricomincia da lì. E i giornalisti e gli addetti ai lavori, quelli che nei giorni scorsi hanno scritto pagine importanti sulla fine di un'era, sul tradimento di una piazza, sull'umiliazione di una città, non devono smettere di fare domande. Il Bari è una realtà sportiva con una storia, una tifoseria e un territorio che meritano rispetto. Quella storia è stata svilita. Quel rispetto è stato negato. Il ferro è ancora caldo. Ma non per molto. Forza Bari
Giovanni Pomarici
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