“Ho sbagliato, ma non ho ucciso nessuno. L’autogol nel derby con il Lecce non l’ho fatto apposta”. Così, Andrea Masiello, si è voluto in un certo senso scagionare. Il virgolettato, estrapolato dall'intervista rilasciata dall'ex difensore del Bari a La Gazzetta dello Sport, non lascerebbe spazio a nessun fraintendimento: il condannato non si sente così colpevole della disastrosa vicenda legata al calcioscommesse. Una situazione che, come noto, ha visto il club barese al centro di un ciclone sportivo che non pochi danni, d'immagine e non solo, ha causato al povero galletto.
Ma Andrea Masiello è davvero così innocente? E, soprattutto, è mai possibile che quell'atroce autogol non sia stato (come invece evinto dalle indagini e dalle sue stesse precedenti confessioni) fatto volontariamente? Secondo Gianni Carella (suo complice insieme a Fabio Giacobbe, entrambi arrestati con l'ex giocatore di Bari e Atalanta, ndr), Andrea Masiello dice la verità: "Intanto, il punto chiave Masiello dice due cose vere in quella intervista (clicca qui). Che l’autogol non fu assolutamente fatto apposta e che lui non prese i soldi. Lui i soldi non li ha mai toccati, non gli ha mai voluti in mano: li ha intascati il padre per lui. Li ho portati io a Viareggio, al battesimo della bambina alla quale mi aveva invitato, e li ho consegnati al padre sul sedile posteriore della macchina sulla quale sono venuti a prendermi in aeroporto a Pisa. Sta tutto negli atti processuali, cristallizzato dalle indagini, dalle dichiarazioni nel nostro patteggiamento (un anno e 5 mesi lui e Giacobbe, un anno e dieci mesi Masiello)".
Ma quanti furono i soldi percepiti per manomettere il derby? "Duecentomila in tutto. Masiello ci mandò a Lecce a trattare e la mattina della partita mi chiamò dicendomi: avvisa il tuo amico che la partita la facciamo in tre, non più in quattro. Se perdiamo passiamo all’incasso, se vinciamo o pareggiamo raccontiamo che all’ultimo minuto gli altri si sono tirati indietro. Ma era solo lui. La città si andava riempiendo di voci ma lui continuava a ripetere che non si poteva far niente, che lo spogliatoio era spaccato tra giocatori arrivati da poco, altri più carismatici che non ne avrebbero mai voluto sapere, altri ancora più malleabili ma non affidabili, cioè che avrebbero potuto tirarsi indietro pur avendo detto si".
SPOGLIATOIO IN VENDITA - "Certo che si. La prima partita sulla quale ci propose di puntare fu Bari-Genoa del primo anno di serie A. Ci dice: pareggiamo sicuro. Finì 3-0. La settimana dopo il Bari va ad Udine: lui ci chiama e, per rifarci, dice lui, ci segnala il 2-2 sicuro, dice che sono tutti d’accordo, parla di otto-nove giocatori per parte. Ci salviamo solo perché, non fidandomi, gioco sul pareggio (fu 3-3) e non sul risultato finale. E così fu l’anno dopo, nel finale, quando la situazione era già compromessa e torna a darci risultati, perché noi non aggiustavamo niente di niente, ci limitavamo a scommettere. Sottolineo che ci abbiamo quasi sempre rimesso, come hanno accertato le verifiche degli investigatori".
GIOCATORI COINVOLTI - "C’era un nocciolo duro che non è mai stato coinvolto, che era proprio inavvicinabile. Penso a Gazzi, Barreto, Almiron, Donati, lo stesso Gillet. Nel giro delle scommesse Gillet lo chiamavano l’intoccabile, la vergine bianca, il presidente: Nicola De Tullio (un altro ristoratore-scommettitore coinvolto nell’inchiesta a vari livelli) diceva che non si potesse nemmeno scherzare di queste cose con lui. E con Masiello aveva un pessimo rapporto, lo aveva anche picchiato sulla rampa esterna della Curva Nord".
Autore: Redazione TuttoBari / Twitter: @TuttoBariCalcio
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