La caduta a strapiombo del Bari fa tanto rumore, come è giusto che sia. Ciò che si nota in questi giorni è la trasformazione del dolore in azione, ma non inteso come sommossa popolare violenta (che si poteva immaginare, ma per fortuna evitata) ma come volontà di preparare definitivamente il terreno per un cambiamento, o ancor più per una tabula rasa nei confronti della proprietà.
Ci si poteva aspettare infatti un immediato allontanamento con un atto di dignità riconsegnando il titolo sportivo alla città per una figuraccia inaccettabile, ma sarebbe stato troppo da chiedere a una società che ha il guadagno come unico non-valore fondante della propria identità. E allora sta toccando a chi ama davvero questa maglia a unirsi compatti nel dolore per mettere alle strette gli stessi personaggi che hanno fatto del Bari non più di "un asset" . Per esempio, nelle ultime ore in questo senso c'è una petizione che sarà con ogni probabilità portata nelle sedi istituzionali con la disponibilità del consigliere Fabio Romito e firmata dal collega Michele Salomone, oltre che sostenuta già da Gillet, Ionut Rada, Sergio Almiron, Nicola Pignataro e tanti altri anche dal nord e dall'estero.
E sicuramente su questo va fatto un plauso anche al sindaco Vito Leccese, aldilà delle simpatie o antipatie politiche, per un gran contributo nel far sentire se non altro il peso e l'urgenza più alta possibile a Luigi De Laurentiis in persona, facendosi portavoce di un popolo. Non era scontato chiedere conto e mettere in discussione la messa a disposizione del San Nicola e pretendere con forza e insistenza un incontro e soprattutto delle risposte. Questo, perché aver rilevato a zero il Bari imponeva un dovere morale e scritto con la città in termini di business plan e investimenti mirati di crescita: dovere che, a furia di scelte sbagliate e trattamenti da seconda squadra con passaggi di proprietà agevolati dei migliori calciatori passati dal Bari al Napoli, è venuto meno in modo lapalissiano.
Ma in qualsiasi modo si concluderà questa vicenda, l'intenzione della piazza per i prossimi mesi è limpida: la contestazione vista quest'anno sarebbe solo un assaggio. Sarebbe isolamento totale, una diserzione che in C vedrebbe oltre che uno stadio deserto, forse anche assenze in trasferta, con ripercussioni mentali inevitabili nei confronti dei futuri calciatori. In poche parole: la barca, già senza comandante, andrebbe alla deriva.
C'è poi il capitolo sponsor, che in questo marasma non sono di certo invogliati a continuare a investire nel nome di questa società e l'ossigeno verrebbe meno. E allora, il quesito è solo uno: ostinarsi a trascinare una prioprietà in queste condizioni, a questo punto, a chi conviene? Con un filo di logica e buon senso, si capisce che la domanda è retorica. Diventa utopistico anche solo pensare che si possa minimamente ricucire legame e reputazione facendo un campionato da record in C nella stagione che verrà.
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