Nell'antica Roma esisteva una pratica tanto affascinante quanto spietata: la damnatio memoriae. Letteralmente, la "condanna della memoria". Quando un imperatore, un uomo politico o un personaggio di rilievo cadeva in disgrazia, il potere cercava di cancellarne ogni traccia. Statue abbattute, iscrizioni scalpellate, nomi rimossi dai documenti ufficiali. Come se quella persona non fosse mai esistita.
Uno dei casi più celebri fu quello dell'imperatore Domiziano. Dopo la sua morte, il Senato decretò la cancellazione della sua memoria. I suoi ritratti furono distrutti, il suo nome eliminato dai monumenti. Una sorta di eliminazione postuma dalla storia.
Ecco, nel giorno in cui arriva l'ufficialità dell'addio di Valerio Di Cesare al ruolo di direttore sportivo del Bari, la tentazione di molti potrebbe essere quella di applicare una moderna damnatio memoriae sportiva. Sarebbe però un errore enorme.
Che il percorso fosse arrivato al capolinea era probabilmente evidente. La retrocessione in Serie C impone riflessioni profonde e nessuno può considerarsi esente da responsabilità. Nemmeno Di Cesare. Lui stesso, probabilmente, è il primo a sapere che la sua esperienza dietro la scrivania non ha prodotto i risultati sperati. Non è riuscito a salvare il Bari da dirigente come aveva fatto da calciatore. Ma una cosa sono le responsabilità. Un'altra è cancellare la memoria.
Perché prima del direttore sportivo c'è stato il capitano. C'è stato l'uomo che nell'estate del 2018, quando il Bari ripartiva dalle macerie della Serie D, decise di sposare il progetto biancorosso mettendoci faccia, esperienza e credibilità. Non era un gesto scontato. Di Cesare avrebbe potuto scegliere percorsi più comodi. Scelse Bari.
Da lì è iniziata una scalata che per lunghi tratti ha avuto i contorni dell'impresa. La promozione dalla Serie D, quella dalla Serie C, la costruzione di una squadra che nel 2023 arrivò a un minuto dalla Serie A. E poi ancora il momento forse più iconico della sua carriera biancorossa: la notte di Terni.
Quando il Bari sembrava destinato a precipitare in Serie C, fu proprio Di Cesare a trascinare i compagni in una delle partite più importanti della storia recente del club. Da capitano, da leader, da simbolo. Una serata che nessun tifoso potrà dimenticare.
Da dirigente non è riuscito a ripetere quel miracolo. Certamente per limiti suoi, per inesperienza, per errori di valutazione. Ma sarebbe ingeneroso e soprattutto poco onesto attribuire a lui l'intero fallimento. La stagione era stata indirizzata verso il baratro già prima del suo arrivo in prima linea. La gestione tecnica ereditata da Giuseppe Magalini, le scelte sbagliate accumulate nel tempo, una proprietà assente, distante e incapace di trasmettere ambizione hanno contribuito in modo determinante alla caduta.
A gennaio Di Cesare ha provato a rimettere insieme i pezzi. Ha cercato di intervenire in una situazione ormai compromessa, tentando di fare, come si dice, "le nozze con i fichi secchi". Non ci è riuscito. Per questo è giusto che oggi le strade si separino. È giusto aprire una nuova fase. È giusto riconoscere gli errori. Ma è altrettanto giusto ricordare.
Perché le stagioni passano, i ruoli cambiano, le responsabilità si discutono. Le bandiere, invece, restano. E Valerio Di Cesare, nel bene e nel male, è stato una delle ultime vere bandiere del Bari.
Responsabilità sì. Critiche anche. Ma damnatio memoriae no. Quella, per chi ha scritto pagine così importanti della storia biancorossa, sarebbe un'ingiustizia che Bari non può permettersi.
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