Qualcuno lo immagina, qualcuno lo sogna, qualcuno lo propone. Anche qui sulla nostra testata - sulla mail de laletteradeltifoso@tuttobari.com - Francesco lo ha fatto presente: l'idea di creare un azionariato popolare e costituire una società fondata sul modello del Bayern Monaco. E allora accendiamo il gocus e cerchiamo di capire quanto sarebbe davvero fattibile che il Bari possa andare nelle mani dei tifosi (ma non solo). L'idea impone infatti un'analisi lucida e rigorosa su cosa comporterebbe una simile transizione giuridica ed economica nel panorama del calcio italiano, storicamente abituato a gestioni padronali e accentratrici.

​Il modello bavarese poggia sulla celebre regola tedesca del 50 più uno, un vincolo normativo secondo cui la società madre, ossia l'associazione che rappresenta direttamente i tifosi e i soci senza scopo di lucro, deve mantenere almeno il 51 per cento dei diritti di voto: questo blinderebbe le decisioni strategiche del club nelle mani della comunità, lasciando a colossi industriali e partner commerciali la possibilità di rilevare soltanto quote di minoranza. Traslare questa struttura a Bari è tecnicamente possibile ma comporterebbe la nascita di un modello ibrido del tutto inedito: non esistendo in Italia una legge sportiva che imponga tale vincolo, la nuova Ssc Bari dovrebbe nascere su base totalmente volontaria attraverso una società a tesseramento diffuso o un blindatissimo Trust di tifosi, capace di accorpare una fondazione no-profit e un consorzio di grandi imprenditori pugliesi pronti a immettere la liquidità necessaria per competere ad alti livelli.

​La vera chiave di volta per l'attuazione di questo azionariato popolare risiede però nelle modalità di uscita della famiglia De Laurentiis, uno snodo fondamentale da cui dipende la categoria stessa da cui il nuovo Bari si troverebbe a ripartire. La via più lineare ma onerosa comporterebbe il rilevamento diretto delle quote azionarie della Filmauro attraverso una normale trattativa di compravendita aziendale: in questo caso la nuova governance cooperativa rileverebbe l'attuale titolo sportivo, garantendo la permanenza immediata nel calcio professionistico in Serie C ed evitando la dispersione del patrimonio tecnico. Lo scenario cambierebbe radicalmente qualora si decidesse di attendere la consegna formale del titolo al sindaco o un eventuale collasso organizzativo della presidenza uscente: a quel punto il vecchio titolo morirebbe e il primo cittadino, appellandosi all'articolo cinquantadue delle Noif della Figc, potrebbe assegnare la rinascita del club alla neonata società dei tifosi, costringendo però il Bari a ripartire da zero e dai dilettanti, nello specifico dal campionato di Serie D.

​Qualsiasi sia la strada che il destino riserverà al club, il quesito sulla sostenibilità di una simile svolta resta aperto: un azionariato puro basato esclusivamente sulle micro-quote dei cittadini è un'utopia difficilmente sostenibile nel calcio moderno, ma la creazione di una solida coalizione territoriale che unisca la passione democratica della piazza alla forza economica delle aziende locali rappresenta l'unica vera alternativa per spazzare via l'era dei De Laurentiis. Diventa persino superfluo sottolineare come una simile rivoluzione restituirebbe al Bari la dignità calpestata in questi anni da una gestione che ha ridotto una fede a un freddo asset di bilancio: la tabula rasa è ciò che desiderano in tanti ma servirebbe una strategia e un'iniziativa guidata seriamente da uno o pochi singoli. Solo così il modello partecipativo non sarebbe più soltanto un sogno, ma una via d'uscita concreta da tracciare subito per non far morire il calcio a Bari.

Sezione: In Primo Piano / Data: Ven 05 giugno 2026 alle 11:00
Autore: Enrico Scoccimarro
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