Ci sono stagioni che scorrono e altre che si trascinano, cariche di tensione, paura e colpi di scena. La salvezza del Bari, oggi come due anni fa, ha i contorni di un vero thriller. Una storia già vista, ma non identica. Un film che i tifosi biancorossi conoscono fin troppo bene, ma che questa volta potrebbe avere un finale diverso.

Due anni fa il Bari si salvò all’ultimo respiro, nella finale play-out contro la Ternana, in una notte diventata simbolo di resistenza e orgoglio. A trascinare la squadra fu il capitano, Valerio Di Cesare. Oggi quello stesso uomo è passato dietro la scrivania, ma resta al centro della storia biancorossa.

Il primo punto di contatto tra le due stagioni è forse il più sorprendente: le aspettative. Due anni fa il Bari arrivava dalla finale play-off persa all’ultimo minuto, con la Serie A sfiorata e ancora negli occhi. Nessuno avrebbe potuto immaginare che pochi mesi dopo si sarebbe ritrovato a lottare per non retrocedere. Eppure accadde. Quest’anno il copione si è ripetuto. Il mercato estivo aveva portato entusiasmo e nomi importanti: Castrovilli, Partipilo, Gytkjaer. Giocatori che avrebbero dovuto alzare il livello della squadra e che invece, per vari motivi, hanno deluso le aspettative. Il risultato è stato lo stesso: una stagione scivolata rapidamente verso il basso, fino a ritrovarsi invischiati nella lotta per la sopravvivenza.

Altro punto in comune: l’instabilità in panchina. Due anni fa il Bari cambiò addirittura quattro allenatori – Mignani, Marino, Iachini e Giampaolo – in un continuo tentativo di trovare una direzione. Quest’anno si è già a tre: Caserta, Vivarini e infine Moreno Longo. Anche in questo caso alcune scelte si sono rivelate poco efficaci, quasi “stagionali”: allora Marino e Iachini, oggi Vivarini. Tecnici che non sono riusciti a incidere e che hanno lasciato la squadra in difficoltà.

E poi c’è lui, il filo rosso che unisce le due stagioni: Di Cesare. Due anni fa era il leader in campo, il capitano capace di trascinare il gruppo nel momento più difficile. Oggi è direttore sportivo, ma il suo peso specifico resta enorme. La scelta di affidare la squadra a Longo rappresenta già una prima svolta. Una decisione che potrebbe rivelarsi decisiva anche questa volta.

Se le analogie fanno paura, la differenza offre speranza. Il Bari di oggi, pur tra mille difficoltà, dà l’impressione di essere una squadra viva. Capace di reagire, di vincere partite pesanti, di restare aggrappata alla corsa salvezza. La gestione di Longo ha restituito identità e spirito, elementi che nelle ultime settimane si sono visti con maggiore continuità.

Due anni fa, invece, il finale di stagione fu un lento affondare. Con Giuseppe Iachini prima e Federico Giampaolo poi, la squadra arrivò ai play-out senza energia, quasi trascinata dagli eventi. Oggi, invece, il Bari ha un volto diverso. E ha anche un simbolo tecnico: Emanuele Rao. Il giovane attaccante è diventato il trascinatore inatteso, l’uomo che accende la squadra. Una figura che due anni fa mancava, quando il peso era tutto sulle spalle dei veterani.

Un finale ancora da scrivere. Il Bari è di nuovo dentro un thriller. Le paure sono le stesse, i fantasmi anche. Ma non tutto è uguale. C’è una squadra che sembra crederci di più, un allenatore che ha dato una direzione e un dirigente che conosce già il finale di questa storia. Due anni fa è finita bene, contro ogni pronostico. Oggi nessuno può sapere come andrà. Ma, per la prima volta dopo settimane, il Bari sembra avere qualcosa in più: la sensazione di poter cambiare il copione.

Sezione: In Primo Piano / Data: Sab 21 marzo 2026 alle 09:00
Autore: Antonio Testini
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