Il disastro sportivo consumatosi sul campo rappresenta anche il capolinea inevitabile di un'annata vissuta pericolosamente sul filo di dichiarazioni pubbliche che hanno costantemente alimentato la tensione tra i quadri dirigenziali, la guida tecnica e la piazza: ripercorrere le tappe di questa stagione attraverso le parole dei suoi protagonisti diretti, dal presidente in giù, significa comprendere la distanza siderale che ha separato i proclami ufficiali o le giustificazioni della vigilia dalla cruda realtà dei fatti.
L'apice delle polemiche societarie è stato toccato durante la conferenza stampa a dicembre del presidente Luigi De Laurentiis, che aveva provato a difendere l'operato del club e a blindare le scelte della proprietà davanti ai giornalisti, respingendo fermamente le accuse di disimpegno sollevate dalla tifoseria:
"Noi abbiamo investito e continueremo a investire per il bene di questa società, le critiche fanno parte del gioco ma non accetto che si metta in discussione la nostra buona fede o l'impegno economico profuso per mantenere il Bari ai livelli che merita: la squadra ha un valore importante e siamo convinti che i risultati arriveranno attraverso il lavoro quotidiano e la compattezza dell'ambiente".
A queste parole hanno fatto eco, nel corso dei mesi, i tentativi della dirigenza di fare scudo attorno a uno spogliatoio sempre più fragile: tra questi spiccano le riflessioni del direttore sportivo Giuseppe Magalini, il quale ha cercato di analizzare la complessa situazione tecnica e la reale consistenza della rosa:
"Sapevamo che questo campionato avrebbe presentato delle insidie notevoli ma la squadra è stata costruita seguendo linee guida precise, in questo momento di difficoltà collettiva non dobbiamo perdere la testa ma occorre analizzare con lucidità gli errori commessi per ripartire: la fiducia nel gruppo resta immutata e siamo convinti che i veri valori di questi ragazzi emergeranno nel momento del bisogno".
La stagione era cominciata sotto la guida di Fabio Caserta, esonerato poi dopo un avvio tormentato e incapace di dare un'identità precisa a un gruppo apparso fin da subito privo della necessaria cattiveria agonistica per imporsi nella categoria:
"Questa piazza esige tanto e io sono il primo a voler vedere un calcio più coraggioso, ma in questo momento dobbiamo fare i conti con la realtà e capire che la Serie B ti punisce al minimo errore: ai ragazzi non posso rimproverare l'impegno ma ci manca quella cattiveria agonistica necessaria per girare gli episodi a nostro favore nelle partite bloccate".
Al suo posto la società aveva deciso di affidare la panchina a Vincenzo Vivarini, il cui calcio propositivo si è però scontrato frontalmente con i limiti strutturali ed evidenti della rosa, lasciando spazio a sfoghi di totale impotenza calcistica davanti ai microfoni delle emittenti televisive (Fonte: TeleBari):
"Io provo a proporre la mia idea di gioco basata sul palleggio e sull'occupazione degli spazi, ma se poi negli ultimi sedici metri non abbiamo la lucidità e la forza tecnica per fare male agli avversari tutto il lavoro svanisce: sento la responsabilità di questa situazione ma per fare un certo tipo di calcio servono caratteristiche specifiche che in questo momento fatichiamo a trovare all'interno del gruppo".
Un vero e proprio manifesto della rassegnazione e della mediocrità comunicativa si era però già palesato a dicembre proprio durante la gestione Vivarini, subito dopo lo scialbo 0-0 del girone d'andata a Bolzano, quando il suo allenatore in seconda Andrea Milani si presentò ai microfoni di RadioBari esprimendo un concetto che, col senno di poi, suona come una condanna profetica e un'imperdonabile mancanza di ambizione, dato che il Bari non era riuscito a vincere nonostante una superiorità numerica durata per quasi tutta la partita:
"Il pareggio a Bolzano non è assolutamente da buttare, sapevamo che su questo campo sarebbe stata una battaglia fisica e portare a casa un punto muove comunque la classifica dando continuità al nostro percorso: la squadra ha dato tutto e dobbiamo guardare il bicchiere mezzo pieno, ci è mancato solo il guizzo finale ma la prestazione resta solida".
Quell'occasione colpevolmente sprecata e liquidata con troppa leggerezza si sarebbe rivelata cruciale nella resa dei conti finale per gli scontri diretti, anticipando l'ennesimo ribaltone tecnico che ha portato all'arrivo di Moreno Longo, chiamato nell'estremo e disperato tentativo di salvare la categoria: il tecnico piemontese ha dovuto constatare fin da subito l'impossibilità di guarire un malato ormai terminale:
"Inutile girarci intorno o cercare alibi che non esistono, questa squadra fa una fatica tremenda a concretizzare la mole di gioco che produce e i numeri offensivi purtroppo non mentono: dobbiamo essere onesti con noi stessi e capire che senza una ferocia diversa negli ultimi sedici metri diventa impossibile vincere le partite".
Lo stesso Longo aveva contribuito anche con delle dichiarazioni di manifesta inferiorità e quindi profondendo ulteriore sfiducia all'ambiente spogliatoio, già moralmente sotto i piedi, quando con la doppia sfida complicata contro Monza e Venezia aveva lasciato ben intendere che contro squadre di questo spessore, il Bari non poteva pretendere di giocarsela alla pari.
Insomma, per farla breve, una mediocrità e superficialità prima costantemente dichiarata e poi messa in pratica.
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