Doveva essere la partita della vita, una di quelle da affrontare senza esitazioni, con la consapevolezza che ogni dettaglio avrebbe potuto pesare sul cammino verso la salvezza. Invece per il Bari la sfida contro l’Avellino si è trasformata in un’altra serata complicata, segnata da una prestazione ben lontana dalle attese e, soprattutto, da una preoccupante sterilità offensiva.

Al di là di una prestazione complessiva sottotono, fatta di ritmo intermittente e difficoltà nel trovare continuità nella manovra, il dato che più di tutti sintetizza la serata è netto e impietoso: zero tiri in porta. Per novanta minuti il Bari non è mai riuscito a impegnare il portiere avversario, non trovando mai la giocata, lo spazio o la soluzione per trasformare il possesso in occasione concreta.

Un’assenza totale di incisività che pesa, perché non si tratta solo di una giornata storta, ma di un segnale che si ripete e che inizia a diventare un tema strutturale. Quando una squadra non riesce nemmeno a calciare nello specchio, significa che qualcosa si inceppa prima ancora della finalizzazione.

In un campionato in cui la salvezza si costruisce anche attraverso la capacità di capitalizzare ogni occasione e mettere pressione agli avversari, restare per novanta minuti senza una conclusione nello specchio diventa un campanello d’allarme forte, quasi impossibile da ignorare. Perché senza tirare in porta, anche la miglior organizzazione difensiva rischia di non bastare.

Adesso il tema è evidente: serve una risposta immediata. Non solo nei risultati, ma soprattutto nella mentalità e nella capacità di trasformare il gioco in pericolosità reale. Perché la differenza tra restare invischiati nella lotta e provare a uscirne passa, prima di tutto, da lì.

Sezione: News / Data: Mar 28 aprile 2026 alle 13:00
Autore: Lorenzo D'Agostino
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