Il blocco che sta paralizzando il Bari non ha un’unica causa, ma una galleria di protagonisti che, per ragioni diverse, sono diventati i volti di una stagione finora fallimentare. In cima alla piramide delle responsabilità tecniche non si può non menzionare Giuseppe Magalini: è lui l’architetto di una costruzione che oggi mostra crepe ovunque, il firmatario di un mercato estivo che ha consegnato all'allenatore una rosa squilibrata e priva di alternative valide nei ruoli chiave. In questo contesto, la figura di Valerio Di Cesare resta sullo sfondo, nel suo ruolo di vice e apprendista dirigente: la sua incidenza sulla deriva attuale è necessariamente limitata, non è lui l'artefice di una programmazione che non ha saputo dare continuità alle ambizioni della piazza.

La confusione tecnica è perfettamente rappresentata dal passaggio di testimone in panchina. Prima Fabio Caserta, che non è mai riuscito a dare un'anima e un’organizzazione tattica credibile al gruppo, e ora Vincenzo Vivarini, che nonostante le aspettative è rimasto impantanato negli stessi equivoci dei mesi precedenti. Il cambio di guida non ha prodotto la scossa sperata, anzi, ha accentuato la sensazione di una squadra che ha smarrito la bussola, incapace di reagire alle avversità e sempre più fragile nella gestione dei momenti critici della partita.

Se si guarda ai singoli calciatori, il simbolo del crollo è senza dubbio Nikolaou. Arrivato con l'etichetta del leader difensivo e del colpo da novanta per la categoria, il difensore greco è diventato l'emblema dell'insicurezza e dell'irruenza fallosa, protagonista di amnesie individuali che sono costate carissimo in termini di punti. Accanto a lui, la crisi di identità colpisce anche chi doveva portare qualità e fosforo come Gaetano Castrovilli: il suo ritorno in Puglia, carico di suggestioni, si è trasformato in un calvario di prestazioni mai pimpanti, con un calciatore che appare lontano parente, in termini di incisività, del talento ammirato in passato. Anche sulle corsie esterne il buio è totale, con un Mehdi Dorval ormai spento, l'ombra del cursore elettrico che lo scorso anno sembrava pronto per palcoscenici superiori.

Il reparto offensivo è lo specchio più fedele delle promesse non mantenute. Christian Gytkjaer, presentato a fine estate come l'acquisto più importante e l’uomo d’esperienza capace di garantire la doppia cifra, si è rivelato finora un fantasma di se stesso, incapace di incidere e di guidare il reparto con il carisma che il suo pedigree suggeriva. Non è andata meglio ad Anthony Partipilo, l’idolo di casa che avrebbe dovuto riaccendere l’entusiasmo: con una condizione atletica mai realmente ritrovata, non è mai riuscito a conquistare una titolarità stabile, restando un corpo estraneo alla manovra. Infine, la nota dolente riguarda anche i giovani: Riccardo Pagano, arrivato con la fama di promessa del calcio italiano, è rimasto un talento inespresso, una scommessa che per ora non ha prodotto i frutti sperati, completando un quadro dove tutti i buoni presupposti si sono trasformati in crisi e anonimia totale.

Sezione: In Primo Piano / Data: Mer 14 gennaio 2026 alle 12:00
Autore: Enrico Scoccimarro
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