Ci sono gol che valgono tre punti. E poi ci sono gol che riaprono cassetti, riaccendono memorie, risvegliano una città. Quello di Lorenzo Insigne all’Adriatico non è stato solo il pareggio contro il Palermo: è stato un viaggio nel tempo lungo 5.041 giorni.

Quattordici anni dopo l’ultima volta sotto la curva Nord, il numero 11 è tornato a segnare con quella maglia che lo aveva lanciato nel grande calcio. Era il Pescara di Zeman, era la cavalcata verso la Serie A, era un altro calcio. Ieri, in uno stadio avvolto dalla nebbia e dai dubbi, Insigne ha fatto quello che fanno i campioni: ha acceso la luce quando tutto sembrava grigio.

Non è stato solo il gol – un tocco d’astuzia, quasi da futsal, capace di anticipare pensieri e movimenti – ma il modo in cui ha preso per mano la squadra. La fascia al braccio, la personalità nelle giocate, la voglia di osare. Punizioni, tunnel, assist sfiorati, accelerazioni improvvise. Per un pomeriggio, il tempo non è passato.

Il Pescara aveva bisogno di questo. Non soltanto della rete, ma di un simbolo a cui aggrapparsi. Per settimane l’ambiente aveva trattenuto frustrazione e paura; in quell’esultanza sotto la Nord c’era tutta la liberazione di un popolo che non vuole arrendersi alla retrocessione. E non è un caso che, dopo il pari, la squadra abbia trovato energie nuove fino al sorpasso firmato dall’altro Lorenzo, Meazzi.

La salvezza resta una salita ripida, ma ora non è più un miraggio. Perché quando un campione torna a casa e decide di metterci faccia, corsa e talento, qualcosa cambia. Lo ha detto anche Faraoni a fine gara: questa è una vittoria che può diventare spinta.

Forse non sarà l’inizio di un’altra cavalcata come quella del 2012. Ma in una Serie B dove tutto può succedere, il ritorno al gol di Insigne è molto più di una statistica: è un segnale. E a Pescara, dopo 5.041 giorni, hanno ricominciato a crederci.

Sezione: Serie B / Data: Mar 03 marzo 2026 alle 07:00
Autore: Antonio Testini
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