Ci sono stagioni che si perdono sul campo e stagioni che si perdono prima, nelle scelte che non vengono fatte. Quella del Bari rischia seriamente di appartenere alla seconda categoria. Perché nel calcio esiste un modo per retrocedere senza mai ammetterlo, ed è quello di non fare nulla mentre tutto intorno chiede una reazione. A Bari sta accadendo esattamente questo.
La squadra scivola verso il fondo della classifica, il margine di errore si riduce giornata dopo giornata, ma dalla società non arriva alcun segnale che indichi la volontà di cambiare passo. Nessuna scelta che comporti un rischio economico, nessun intervento che faccia pensare che la categoria venga difesa come un bene irrinunciabile. Il punto non è ciò che viene dichiarato, ma ciò che sistematicamente viene evitato.
Nel calcio professionistico la Serie B è una linea di confine netta. Difenderla significa accettare costi elevati, spesso scomodi: ingaggi più pesanti, premi salvezza, operazioni di mercato correttive, una pressione costante sui risultati. Quando una società considera davvero centrale la permanenza in B, questi costi diventano inevitabili. Quando invece non si mettono in conto, il messaggio che passa è un altro. E a Bari quel messaggio è sempre più difficile da ignorare.
La stagione procede come se il rischio sportivo fosse un elemento secondario, quasi fisiologico. Non c’è la sensazione di una dirigenza costretta a rincorrere la classifica, ma quella di un club che si limita ad accompagnarla. Questo atteggiamento diventa ancora più significativo se inserito nel contesto generale: una società destinata a cambiare proprietà, un coinvolgimento del pubblico ai minimi storici, uno stadio che fatica a riempirsi anche nei momenti decisivi. In una situazione del genere, investire per salvare la Serie B non è solo una scelta sportiva, ma un’assunzione di responsabilità economica che, evidentemente, non viene considerata prioritaria.
Ed è qui che la Serie C entra in scena non come incubo, ma come alternativa tacitamente accettata. Perché la C, rispetto alla B, consente una gestione molto più leggera: costi complessivi più bassi, monte ingaggi ridimensionato, minore pressione sui risultati immediati, meno esposizione mediatica. In quella categoria si può sopravvivere senza dover spiegare troppo, senza dover rilanciare, senza dover dimostrare di essere all’altezza di un progetto ambizioso. È una dimensione che permette di tenere in vita il club spendendo il minimo indispensabile, soprattutto se l’obiettivo non è costruire, ma semplicemente traghettare.
La sensazione, sempre più diffusa tra i tifosi, è che la retrocessione non venga considerata una frattura irreparabile, ma un ridimensionamento gestibile. Non perché venga cercata apertamente, ma perché non viene contrastata con la forza che normalmente accompagna chi ha davvero qualcosa da perdere. Ed è forse questo l’aspetto più grave, perché trasforma una sconfitta sportiva in una scelta di posizionamento. Il Bari rischia di apparire sempre meno come un progetto da far crescere e sempre più come un asset da mantenere a basso regime, in attesa di un passaggio di mano che liberi definitivamente la proprietà da un impegno non più centrale.
Il problema è che questa logica, per quanto possa apparire razionale sul piano dei conti, entra in conflitto diretto con ciò che Bari rappresenta come piazza. Qui il calcio non è un’attività marginale da amministrare con prudenza, ma un patrimonio collettivo che vive di ambizione, identità e partecipazione. Quando la società sembra accettare l’idea di scendere di livello senza combattere apertamente, il messaggio che arriva alla città è devastante: non quello di una semplice sconfitta, ma quello di una rinuncia.
La responsabilità, in questo quadro, non sta in una singola mossa sbagliata o in un mercato fallito, ma nella coerenza di una linea che evita sistematicamente di esporsi. Nel calcio, però, non esporsi equivale spesso a scaricare il peso delle conseguenze su altri: sui tifosi, sull’ambiente, su una squadra lasciata sola a gestire una stagione che sembra già scritta. Perché non decidere è comunque una decisione, e a Bari oggi quella decisione ha il sapore amaro di chi ha scelto di aspettare, anche a costo di scendere.
Se questo porterà davvero a un futuro più chiaro o semplicemente a un lento svuotamento lo dirà il tempo. Ma una cosa è già evidente: il Bari non sta perdendo solo partite. Sta rischiando di perdere la centralità di se stesso. E quella, una volta smarrita, è molto più difficile da riconquistare di una categoria.
Di Giosè Monno
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