Il fischio finale è arrivato stanotte, nel modo più doloroso, portandosi via un pezzo di cuore del Bari e del calcio più romantico. La bestia non gli ha lasciato scampo. Igor Protti se n'è andato a 58 anni, sconfitto da un tumore al colon contro cui lottava da circa un anno con la stessa ostinazione che mostrava in campo. Ma, stavolta, il destino è stato più forte. La notizia ha raggelato la città, che oggi piange l'uomo prima ancora del calciatore, il guerriero gentile che sul rettangolo verde non si è mai arreso. E, con lui, e ne va un pezzo di calcio che sembra appartenere ad un’altra epoca. Un calcio fatto di uomini prima ancora che di campioni. Di bandiere prima che di contratti. Di sentimenti prima che di interessi.
Bari oggi piange il suo Zar. Livorno il suo Re. Due città di mare unite da un amore che il tempo non ha mai consumato. Due popoli che lo hanno adottato come uno di famiglia, fino a renderlo molto più di un calciatore. Molto più di un bomber. Molto più di una leggenda. Cento gol in Serie B. Settantasette in Serie C. Quarantotto in Serie A. Numeri immensi, certo, ma che non bastano a per spiegare cosa sia davvero stato Igor.
A Bari, Protti è stato, assieme a Dario Hübner, l'unico giocatore ad ottenere il titolo di capocannoniere in Serie A, in Serie B e in Serie C1. Un’impresa che da sola basterebbe per consegnarlo all’eternità. Ma a renderlo un mito irripetibile è un altro primato solitario: è l'unico nella storia a laurearsi capocannoniere della Serie A giocando per una squadra, il Bari, poi retrocessa. Un record che probabilmente nessuno riuscirà mai a replicare. Gli mancò solo l'azzurro della Nazionale, in un'epoca affollata di centravanti, e fu forse l'unica ingiustizia di una carriera che, alla fine, bastò splendidamente a sé stessa.
La sua parabola era esplosa a Messina, ma è a Bari che diventò Zar. In Puglia ha vissuto stagioni di pura passione, fino a quella maledetta e incredibile annata 1995-1996. Firmò ventiquattro reti. Una macchina da gol inarrestabile dentro un Bari che, purtroppo, colava a picco verso la Serie B. All’ultima giornata il verdetto era già scritto: il Bari era retrocesso. Eppure il San Nicola si riempì lo stesso. Non per la classifica. Non per la salvezza. Si riempì per lui, quel giorno Capitano. Per spingerlo verso il titolo di capocannoniere contro la Juventus. Arrivò una doppietta, la partita terminò 2-2. Arrivarono le lacrime. Arrivò l’abbraccio di un popolo che aveva perso una categoria ma aveva trovato per sempre il suo Zar.
Fu l’addio. Ma non fu mai una separazione. Perché quella stagione fu una ferita aperta per Bari, ma anche il manifesto dell’amore tra una città e il suo campione. Mentre la squadra scivolava verso la Serie B, lui continuava a segnare. Sempre. Contro tutti. Come se non volesse arrendersi all’evidenza. Come se i suoi gol potessero trattenere una nave che stava affondando.
Poi arrivarono Lazio e Napoli. Esperienze importanti, vissute con dignità e professionalità. Ma il destino aveva preparato per lui un’altra storia. Forse la più bella. Decise di tornare a Livorno, dieci anni dopo, nella città dei Quattro Mori, accettando di scendere in Serie C1 e dimezzandosi l'ingaggio. Lo fecero passare per folle. Lui semplicemente mantenne una promessa. E da lì costruì una delle favole più romantiche del calcio italiano.
Gol dopo gol trascinò il Livorno dalla C1 fino alla Serie A, riportando gli amaranto nel massimo campionato dopo cinquantacinque anni di assenza. Diventò il simbolo di una rinascita. L’idolo di una città intera. Il Re. Anche il sipario sulla sua carriera sembrò scritto da uno sceneggiatore innamorato del calcio. L’ultima partita contro la Juventus. L’ultimo gol contro Buffon. Un colpo di testa. Le lacrime. Gli applausi. L’addio.
Se Igor Protti è rimasto una bandiera universale per tutti gli amanti del calcio, è perché ha sempre messo la dignità davanti a ogni cosa. Non ha mai cercato i riflettori facili o i palcoscenici dorati a scapito dei suoi valori. Negli ultimi anni era diventato Ambasciatore Unicef e recitava persino in una compagnia teatrale fatta a metà di persone fragili. A lui bastavano un pallone, l'affetto della gente e una curva che gridava il suo nome. E persino durante la malattia ha insegnato qualcosa. Ha affrontato il dolore con discrezione, senza mai cercare compassione. Lo scorso dicembre aveva portato la fiaccola olimpica per Milano-Cortina. Poche settimane fa aveva accompagnato la figlia Noemi all’altare, stringendo i denti fino all’ultimo.
Era fatto così, Igor. Combatteva, sempre.
Oggi Bari si sveglia più povera. Più sola. Perde il suo Zar, ma non perderà mai il suo ricordo. Perché ci sono calciatori che vincono trofei. E poi ci sono uomini che vincono l’amore della gente. Igor Protti apparteneva a questa seconda categoria. La più rara. La più difficile. La più eterna.
La redazione di TuttoBari.com si stringe attorno alla famiglia in questo momento di straziante dolore. Buon viaggio, Igor. Questa terra ti sia lieve.
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