A Bari il cronometro del disastro è iniziato a scorrere il 22 maggio, la notte in cui la sconfitta nei playout contro il Sudtirol ha sancito la retrocessione diretta del Bari nell'inferno della Serie C: da quel preciso istante sono passati esattamente 46 giorni, un mese e mezzo abbondante in cui l'ambiente biancorosso è stato risucchiato in un vortice di silenzi, scelte tardive e colpi di scena istituzionali culminati nell'ombra più spaventosa, quella del crac finanziario. Quella che doveva essere l'estate della pronta ricostruzione si è trasformata nel periodo più buio della storia recente del club, della serie non c'è mai limite al peggio: una paralisi totale interrotta soltanto da sussulti burocratici, mentre la piazza assisteva impotente al progressivo disfacimento di ogni certezza sportiva. Il filo invisibile che unisce il verdetto del campo alle perquisizioni e alla richiesta di fallimento avanzata ieri racconta la cronaca di un distacco annunciato, consumato tra le aule del potere e il cemento del San Nicola.

​Le prime settimane successive al verdetto del campo sono state caratterizzate da un silenzio societario assordante, una sorda immobilizzazione che ha spinto le istituzioni cittadine a scendere in campo per vie ufficiali: il sindaco di Bari Vito Leccese ha così inviato una durissima richiesta scritta di chiarimenti alla proprietà Filmauro, esigendo risposte immediate sul futuro del titolo sportivo e sui piani di disimpegno della famiglia De Laurentiis. Davanti al muro di gomma eretto dai proprietari, il Comune ha alzato la posta in gioco nei giorni successivi, ventilando una clamorosa e velata minaccia: quella di non concedere l'utilizzo dello stadio San Nicola per il prossimo campionato di Serie C, un'arma politica e logistica per forzare la mano a una dirigenza ormai percepita come estranea e dannosa per la città.

​Soltanto dopo questo braccio di ferro istituzionale la macchina societaria ha dato i primi, timidi segnali di vita sul fronte prettamente tecnico: la nomina del nuovo direttore sportivo Marino è arrivata come un tentativo tardivo di gettare le basi della nuova stagione, seguita a ruota dall'ingaggio di Massimo Rastelli per la panchina. Due scelte d'esperienza, con la seconda che ha tutt'altro che esaltato gli animi dei pochi speranzosi rimasti, che avrebbero dovuto spostare l'attenzione sulle questioni di campo, ma che sono state immediatamente colpite e azzerate dall'onda d'urto giudiziaria de giorni nostri: le perquisizioni della Guardia di Finanza e la contestuale richiesta di fallimento piombata sulla testa del Bari e dei De Laurentiis squarciano il velo sulle reali condizioni del club, proiettando sulla tifoseria uno scenario drammatico e paradossale al tempo stesso. Da un lato incombe lo spettro di una paurosa ripartenza da un abisso di categoria che costringerebbe a risalire dal bassissimo della scala calcistica: dall'altro, però, questa tempesta perfetta potrebbe significare una liberazione anticipata e definitiva dal giogo della doppia proprietà, l'unico vero presupposto per restituire il Bari alla sua gente, forse (si spera).

Sezione: In Primo Piano / Data: Mer 08 luglio 2026 alle 10:00
Autore: Enrico Scoccimarro
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