Moreno Longo sta per salutare Bari. Una scelta attesa, forse inevitabile, ma che lascia più domande che risposte. Perché se è vero che a pagare è sempre l’allenatore, viene il dubbio che – ancora una volta – si stia potando il ramo, senza guardare all’albero.
Longo ha fallito l’obiettivo playoff, questo è sotto gli occhi di tutti. Ha centrato solo la salvezza, che a Bari deve essere un punto di partenza e non di arrivo. Ma ridurre il suo lavoro a questo sarebbe semplicistico. Qualcosa, in questi mesi, si è visto: un’idea, un tentativo di dare ordine, una coerenza. Non abbastanza per accendere la piazza, certo. Ma nemmeno da buttare via.
Va detto anche che Longo, nella fase iniziale del campionato, aveva costruito un gruppo unito. Lo si vedeva anche nelle immagini di fine partita: i cerchi a centrocampo, gli abbracci, i volti compatti. Segnali che parlavano di spogliatoio, di condivisione. Ma quella forza, col tempo, si è sgretolata. La squadra ha perso fiducia, e con essa energia mentale. È qui che ricade la vera responsabilità dell’allenatore: non essere riuscito a risollevare un gruppo che si è lentamente spento, diventando fragile nell’atteggiamento. E questo, a Bari, non può passare inosservato.
Eppure l’impressione è che Longo sia stato spesso lasciato solo. Prima nei momenti tecnici, poi nelle incomprensioni mediatiche, come quella polemica che lo ha visto travisato su un passaggio chiaro: il tifo non si discute, ma neppure si può ignorare quanto pesi su una squadra giovane e fragile giocare in un clima di costante tensione. È un discorso che meritava ascolto, non semplificazione.
Ora si riparte. Di nuovo. Per l’ennesima volta. Ma da dove? E soprattutto: con chi? Perché se ogni anno Bari cambia guida tecnica senza mai cambiare struttura o visione, allora il problema non è l’uomo in panchina. Il rischio è sempre lo stesso: affidarci a un nome nuovo, una scommessa, senza un’idea vera di squadra e di società.
In queste ore si fanno già i primi nomi. C’è Vincenzo Vivarini, cavallo di ritorno reduce da una stagione difficile a Frosinone. Roberto D’Aversa, retrocesso in cadetteria con l’Empoli. E Fabio Gallo, fresco di promozione con la Virtus Entella. Profili diversi, ognuno con le sue incognite. Anche Alberto Aquilani, dopo l’esperienza altalenante a Pisa, resta sullo sfondo come ipotesi di prospettiva. Ma chiunque sarà, avrà il compito di fare meglio di quest’anno. E la responsabilità di non far ripartire Bari – ancora una volta – da zero.
Servono giocatori forti, anche da Serie A. Servono giovani talentuosi, ma anche uomini d’esperienza e leader veri. Soprattutto, serve una dirigenza competente, solida, che sappia costruire qualcosa che duri più di una stagione. Basta ripartenze a vuoto, basta illusioni.
L’addio di Longo non è una colpa, ma una conseguenza. Il segnale di un progetto mai nato davvero. E allora la vera sfida, oggi, non è solo trovare un nuovo allenatore. È decidere, una volta per tutte, che Bari merita un futuro. Non solo un altro inizio.
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