Fabio Caserta ha sempre gestito le sue squadre con una filosofia chiara e coerente: mettere al centro il capitale umano, inteso non solo come rendimento tecnico, ma come investimento a medio termine sul valore individuale dei calciatori. Le sue scelte, sia nei club che ha allenato che nella progettualità quotidiana, riflettono una gestione consapevole dell’equilibrio tra under e over, tra prestiti da valorizzare e giocatori di proprietà su cui costruire.
Nelle esperienze passate, Caserta non ha mai mostrato dogmi rigidi in termini di età: nelle sue squadre l’età media si è mantenuta costantemente in linea con i campionati di riferimento, come dimostra l’ultimo Catanzaro con un’età media di 25,6 anni. Ma questo equilibrio non è frutto del caso: è parte di una strategia che unisce giovani di prospettiva, spesso in prestito o da lanciare, a profili esperti chiamati ad alzare il livello e la competitività quotidiana. Il suo approccio è sempre stato quello di far lavorare i giovani “trattandoli da giovani”, come dichiarò al Benevento, senza la retorica della fretta, ma chiedendo dedizione, ascolto e capacità di inserirsi in un contesto più grande.
Caserta, però, non è un “allenatore da vivaio” nel senso tradizionale: non forza la mano sulla linea verde solo per principio. Al contrario, sembra adottare un criterio meritocratico e funzionale al sistema. Chi merita, gioca. Chi lavora, cresce. E se il giovane si dimostra pronto, viene messo nelle condizioni di dimostrarlo. Nella rosa del Bari i giovanissimi non sono tanti, e la scelta di inserire qualcuno spetterà a lui. In questo senso, ha dimostrato di saper valorizzare non solo i profili in prestito, ma anche quelli a titolo definitivo, facendo aumentare il valore patrimoniale della rosa complessiva.
Proprio il tema dei prestiti è centrale nella gestione Caserta. Guardando le sue esperienze precedenti, emerge un dato interessante: l’allenatore non ha mai avuto difficoltà a lavorare con giocatori temporanei, a patto che abbiano motivazioni forti e attitudine al sacrificio. A Perugia e Benevento ha spesso puntato su profili in prestito riuscendo a rilanciarli (come Di Serio, Elia, Foulon), mentre al Catanzaro ha sposato un progetto più legato alla valorizzazione dei contratti pluriennali. Questo fa pensare che Caserta non sia contrario a una rosa con molti prestiti, purché la società e lo spogliatoio abbiano una direzione chiara e condivisa. A Bari ne troverà diversi e quindi potrebbe aprire ad altri.
Nel suo modello, anche l’over ha un ruolo ben definito: non è un freno alla crescita, ma un punto di riferimento. Il veterano, in un gruppo targato Caserta, non è solo un titolare, ma spesso una guida. L’equilibrio tra queste due anime è il tratto distintivo della sua gestione umana: né troppo giovane per essere acerbo, né troppo esperto per essere stanco. Una visione in cui ogni giocatore è una risorsa da far maturare nel tempo. I vari Bellomo, Pucino e Benali sono avvisati.
Ecco perché il progetto Bari nelle sue mani può diventare un laboratorio tecnico ma anche valoriale. La società, che storicamente punta molto su calciatori in prestito o da rigenerare, potrebbe trovare in Caserta il profilo ideale per coniugare rendimento immediato e crescita del capitale umano. Con lui, più che la carta d’identità o la durata del contratto, conterà la disponibilità al lavoro. Giovani, over e prestiti: tutti chiamati a sentirsi parte di qualcosa da costruire.
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