Due anni fa esatti, Bari visse la notte più lunga, più piena, più cruda della sua storia recente. Era l’11 giugno 2023, la finale di ritorno dei playoff contro il Cagliari: per qualsiasi tifoso barese, sarebbe da ipocriti non ammettere quanto faccia ancora male. Anche perché è quel momento che ha segnato il recente passato e il presente di questa realtà sportiva.
Lo stadio era già una bolgia tre ore prima del fischio d’inizio. Gente arrampicata ovunque, ingressi nel caos, cancelli divelti, code saltate, ultras sopra i tornelli a cercare di gestire una massa umana che voleva solo esserci. Perché quella sera, tutta Bari era lì.
In campo, si intravedeva e respirava una tensione irreale. Una squadra che aveva stupito per identità e coraggio, sembrava paralizzata. Troppo giovane, troppo inesperta, forse troppo cosciente del fatto che in 90 minuti si stava giocando l’eternità. Alcuni calciatori biancorossi avevano le gambe che tremavano, letteralmente, per la non abitudine alla pressione infuocata di uno stadio con 60mila spettatori. Ogni pallone scottava, ogni rinvio era figlio della paura. In campo, la partita fu la fotografia di tutto questo: un Bari impaurito e difensivo, che sembrava giocare più per non prenderle che per vincere, con pure il risultato dell'andata favorevole (1 a 1) che spingeva in quella direzione. La traversa colpita da Folorunsho – unica vera fiammata – fu il preludio della mazzata: quasi il segnale beffardo di un destino già scritto.
Poi accadde ciò che nessuno osava nemmeno immaginare. Al 92’, con il San Nicola pronto all’esplosione, entra Pavoletti. L’azione successiva è un pugno nello stomaco: palla al centro, spizzata, gol. Silenzio. Uno di quelli che non si dimenticano. Un'intera città, che aveva sentito il profumo della Serie A a tre minuti dalla fine, si vede derubata del sogno più bello.
Di quel Bari sono rimasti pochi giocatori e un’eredità pesantissima: Vicari, Pucino, Maiello, Maita, Benali, Dorval e Bellomo. Alcuni protagonisti sono andati via, altri non si sono più ripresi. Quella sera ha lasciato in dote un trauma collettivo. La stagione seguente – 2023-24 – è stata una lunga discesa, e anche la 2024-25 ha visto la squadra arrancare senza mai ritrovare la magia. Oggi, mentre si entra nella stagione 2025-26, si può dire che quella sera abbia segnato un punto di non ritorno. Non solo tecnico, ma emotivo e identitario. Non ci sono più Cheddira, Folorunsho, Benedetti. Non c’è più lo slancio. È come se quel gol di Pavoletti avesse spaccato qualcosa, definitivamente.
Quella notte non fu una semplice sconfitta. Fu una lezione cruda: che il calcio, a Bari, sa dare tutto e togliere tutto con la stessa brutalità. E forse proprio da lì, da quel trauma irrisolto, bisognerà ripartire. Ma stavolta davvero.
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