Il nervosismo di Massimo Rastelli nell'ultima conferenza stampa è emblema del periodo appena passato e purtroppo attuale vissuto dal Bari. L'allenatore che risponde quasi a monosillabi, stizzito, non fa altro che ampliare l'eco su una gestione che, più che dubbi e perplessità, lancia segnali di crollo verticale. E se è vero che le defezioni hanno avuto un peso enorme nelle ultime uscite, è anche vero che questa squadra persino in apertura di stagione non ha mai dato l'impressione di essere corazzata per la categoria.

E i singoli di qualità ci sono anche. Poi, però, ci sono le scelte: quelle che giustamente Rastelli difende e rivendica in conferenza, ma le stesse che non trovano spiegazione logica quando il protagonista si chiama Mattia Esposito. Invece che sopperire alle mancanze degli infortuni, si sceglie di schierare chi corre poco e non chi ha voglia: stesso e identico discorso vale, per esempio, anche per Colangiuli. Sono ragazzi che se non giocano in Serie C, dove comunque hanno dimostrato di avere tanto potenziale, dove possono giocare? 

La squadra a centrocampo è lenta, non ha cambio passo, è prevedibile: è piatta e brutta da vedere, quasi noiosa. Le fondamenta di questa involuzione poggiano su un'ambiguità tattica che dura ormai da troppo, intrappolata tra la comoda pigrizia di aggrapparsi alle spalle larghe e alla generosità di Karlo Butic e la desolante abdicazione di tutti gli altri interpreti chiamati ad accendere la luce negli ultimi trenta metri: delegare interamente il peso dell'attacco alle fiammate estemporanee del croato significa abdicare al compito primario di costruire un'organizzazione di gioco corale, lasciando che la squadra galleggi nell'anemia più totale non appena le difese avversarie prendono le misure al nostro unico terminale offensivo. A questo si somma l'atteggiamento passivo di singoli che affrontano i duelli con una fragilità mentale inaccettabile, incapaci di sporcarsi le mani quando la partita si incanala sui binari della lotta e della cattiveria agonistica: un gruppo che smarrisce la bussola alla prima difficoltà strutturale certifica la necessità urgente di un ribaltamento gerarchico che scuota le coscienze assopite nello spogliatoio.

Poi c'è la questione comunicazione: come si può pretendere di non essere criticato se dopo queste prestazioni si ripete che la squadra ha offerto una buona prova o che si sono intravisti miglioramenti significativi, persino dopo figuracce e passaggi a vuoto disarmanti? Suona quasi come una provocazione intollerabile per una piazza che vive di calcio viscerale e che non accetta più di essere trattata con la condiscendenza di chi scambia i sintomi per la guarigione. L'assenza totale di autocritica pubblica non è soltanto un vezzo comunicativo o uno scudo protettivo per lo spogliatoio, ma diventa il sintomo più evidente di un cortocircuito che impedisce a tutto l'ambiente di fare i conti con la propria mediocrità attuale.

La chiave per uscire da questa palude invischiata nell'immobilismo passa attraverso il coraggio di voltare pagina nelle scelte di formazione, spezzando dogmi tattici che non producono più alcun beneficio e restituendo centralità a chi possiede il talento e la sfrontatezza per cambiare il volto alla squadra.

Insomma, invece che essere risentiti e rifugiarsi nel cono d'ombra fatto di alibi e di letture compiacenti, c'è da guardare in faccia la realtà e prendere contromisure, urgentemente: perché la Serie C non aspetta chi non corre su ogni pallone e ogni contrasto.

Sezione: In Primo Piano / Data: Sab 31 ottobre 2026 alle 09:00
Autore: Enrico Scoccimarro
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