La tempesta giudiziaria di questi ultimi giorni è, più che sparare sulla croce rossa, sparare su un castello di carte già crollato. Si liberano così i vecchi fantasmi di una piazza che si scopre, ancora una volta, terribilmente fragile. Eppure, nell'ora in cui si invoca a gran voce la fine del ciclo della Filmauro, c'è un interrogativo di fondo che una parte della tifoseria rifiuta ostinatamente di porsi, quasi fosse un tabù innominabile: ma chi vuole davvero il Bari?
A parlare, con la spietata lucidità che solo la storia possiede, sono i fatti degli ultimi vent'anni. Due decenni scanditi dal coro monocorde del "vendesi", durante i quali nessuno si è mai fatto avanti concretamente per rilevare il club. Non è successo quando la società è stata offerta praticamente a costo zero, non è accaduto dopo i crack finanziari, né quando si è dovuto ricominciare da capo. Due fallimenti in meno di dieci anni - il 2014 e il 2018 - dovrebbero essere un monito sufficiente per ricondurre alla ragione i profeti dell'esaltazione e della retorica a tutti i costi.
La cronaca recente del calcio biancorosso, d'altronde, somiglia a un catalogo di suggestioni surreali che hanno finito per far ridere l'Italia intera. Impossibile dimenticare le sfilate folcloristiche del passato: da Datò Noordin Ahmad, investitore magnate malese che millantava commercio di diamanti e che promise: 'Bari in Champions in 5 anni', a Tim Barton, l'americano accolto in trionfo in aeroporto e preso letteralmente sulle spalle dai tifosi, fino all'interesse (velato o meno) degli Hartono, o al magnate russo fantasma o all'emiro arabo di turno, passato da Bari quasi per caso. Teatrini che oggi, di fronte al baratro attuale, lasciano un retrogusto decisamente amaro.
La verità economica è molto più cinica dei sentimenti da gradinata. Quale grande imprenditore oggi deciderebbe di investire capitali pesanti in una piazza dove l'azienda calcio non può essere gestita in totale autonomia, ma deve costantemente fare i conti con le pressioni esterne di una piazza che pretende di sindacare sul portafoglio e sugli affari della proprietà? Il moderno capitalismo sportivo preferisce contesti più piccoli, piazze di provincia dove fare business in santa pace, rimanendo proprietari unici del proprio denaro e delle proprie decisioni, senza che il quaraquaquà di turno possa mettere bocca. Un investitore evidentemente purtroppo non spende milioni di euro per due panzerotti, un pezzo di focaccia o per farsi cullare dai cori e dai saltelli degli spalti.
L'auspicio, ora che l'ombra del fallimento torna a farsi densa, è di non dover assistere nuovamente alle scene pietose di otto anni fa: quel mortificante spettacolo in cui si strisciava pubblicamente pur di essere raccattati da un acquirente qualunque, pur di garantire una sopravvivenza effimera. Serve un bagno di realtà e, soprattutto, di dignità, una merce che una piazza fallita due volte in dieci anni non può permettersi il lusso di svendere al mercato della demagogia.
A parole, del resto, siamo tutti capaci di fare i presidenti con le tasche degli altri. Se un tifoso imprenditore ci tiene veramente al destino del titolo sportivo, faccia un passo concreto: metta a disposizione il proprio conto corrente e acquisti la società in prima persona. Almeno, a quel punto, sapremo con certezza con chi prendercela e contro chi lanciare invettive la domenica sera. Con una colletta popolare si racimolerebbero forse i soldi per l'iscrizione all'Eccellenza, per la lavanderia e per pagare il giardiniere; per le tasse e gli stipendi veri, invece, bisognerebbe aprire un mutuo a cinquant'anni. È tempo di smetterla con la buffoneria dei salvatori della patria: la realtà, oggi più che mai, presenta un conto salatissimo.
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