Ci sarebbe poco da commentare, ma il dovere impone di reagire a caldo alla retrocessione del Bari. Abbiamo ampiamente commentato le malefatte dirigenziali, tecniche e tattiche che si sono susseguite in questa stagione. Ci sarebbe da dire poco anche sul doppio confronto col SudTirol, poichè gli altoatesini hanno palesato una solidità difensiva ed una unità d'intenti che ha portato a spasso i biancorossi tra andata e ritorno. Nella doppia chance di Rao e Maggiore al San Nicola e di Piscopo e Gytkjaer al Druso si consumano le occasioni del Galletto, che doveva vincere almeno una delle due gare per non tornare in C.

Ed in C, invece, si torna. Con merito. Dalla rivoluzione estiva seguita ad un nono posto che non era la fine del mondo (cit.) ad un cambio allenatore dopo due mesi. Dalle otto e miserabili partite sotto la gestione Vivarini al ritorno di Longo, l'allontanamento di Magalini ed un nuovo repulisti in campo. In mezzo, 40 partite di nulla. Qualche parata di Cerofolini, qualche gol di Moncini e Rao, ma il Bari è stata la peggior squadra, per numeri e prestazioni, del campionato. Queste due partite sono state prolunga di un club glorioso in stato comatoso. Ora la spina è stata staccata e la "morte" è completa. Il popolo barese piange lacrime amare, tra un sostegno non mancato nel bisogno ed una perenne e legittima contestazione ai veri artefici di quanto s'è visto dal post-Cagliari in poi. Ai quali è doveroso chiedere quale destino attende questa piazza, quali mani la gestiranno, nella speranza di far rivivere lontani fasti. 

Adesso c'è da chinare la testa: il presente è nero, ma il futuro rischia di essere ancor più pesto senza un netto e necessario cambio di rotta. Su tutti i livelli, a partire dalla testa sintomatica della puzza del pesce. 

Sezione: Copertina / Data: Ven 22 maggio 2026 alle 22:08
Autore: Piervito Perta
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