Al termine della partita sventurata di Bolzano contro il Sudtirol, abbiamo visto in Moreno Longo un mix di arrampicate sugli specchi, alibi, quasi fastidio nel parlare del fallimento di questa stagione. E, se è consentito dirlo, anche una buona dose di narcisimo e di egoismo. Un'annata che ha portato il Bari alla retrocessione in serie C. L'ex tecnico del Frosinone è rientrato a Bari con l'aura del salvatore della patria, dell'uomo che, con il suo lavoro e con il suo impegno, avrebbe portato la nave in porto, che sarebbe riuscito nell'impresa di riportare serenità e risultati in una fase difficilissima della stagione. Cosi non è stato. Il patatrac è stato compiuto come nelle migliori trame di un film horror dove ognuno ha cercato di portare acqua al proprio mulino per cercare disperatamente di crearsi delle giustificazioni.
Moreno Longo è tornato a Bari evidentemente convinto di farcela. Era sicuro che, con qualche aggiustamento e con il mercato ancora aperto, avrebbe potuto lavorare con le sue caratteristiche e con le sue metodologie, fissando alcuni concetti e creando subito una certa indentità. Sin dalle prime battute, ha cercato di compiere certe scelte ma il campo è stato giudice supremo di un Bari senza quell'identità ricercata, con continui cambi di formazione e con l'incapacità di tenere unito uno spogliatoio. Ancora una volta Longo non è riuscito a tenere compatto il gruppo, si è imbattuto in contrasti con alcuni senatori dello spogliatoio, ha messo da parte giocatori che potevano essere utili alla causa. Il tutto per far emergere un proprio ego. Una sorta di cinismo senza mezzi termini. E, poi, l'apoteosi. Le ultime dichiarazioni post Sudtirol dopo un incomprensibile silenzio.
Già, quel silenzio che, spesso, alimenta sospetti, problemi mal celati, mal di pancia vari e scarsa serenità. Un silenzio, poi, rotto dalle ultime parole pronunciate dopo il disastro di Bolzano. Un'autentica marmellata fatta di alibi senza fine con la sensazione di una persona spalle al muro, incapace, in realtà, di assumersi una vera responsabilità. Singolare è stata la chiara volontà di scaricare le vere colpe su chi stava prima di lui, evidenziando con presunzione ( parole sue) e con orgoglio il fatto che, se fosse tornato ancora prima, avrebbe compiuto la "grande impresa". E, dunque, scarso stile, scarso garbo nei confronti di colleghi che avevano lavorato prima e una buona dose di "arroganza egoica". Diciamolo pure. Longo ha svalvolato, completamente in balia del suo narcisismo, e, invece, inconsapevole protagonista di una delle pagine più nere della storia del Bari. Non si sa se, passate quarantotto ore, Longo si sia reso conto di cosa ha combinato, di cosa è stato capace di fare insieme ai suoi giocatori. Certo, conta poco ai fini del risultato finale ma, forse, un esame di coscienza più approfondito speriamo lo possa davvero fare nelle prossime giorni a bocce ferme e con maggiore razionalità.
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