La complessa ricostruzione del Bari in vista del prossimo campionato di Serie C riaccende i riflessori sui nodi strutturali del club pugliese, sospeso tra le ambizioni di risalita e i contrasti mai del tutto assorbiti con la proprietà Filmauro. Sull'attuale momento della compagine biancorossa è intervenuto in esclusiva ai microfoni di TuttoBari Salvatore Bagni, iconico centrocampista campione d'Italia con il Napoli, poi apprezzato dirigente e raffinato conoscitore delle dinamiche del calcio centro-meridionale. L'ex mediano della Nazionale ha analizzato a fondo la gestione della famiglia De Laurentiis, sviscerando i temi caldi legati alla multiproprietà, alla pressione della piazza e alle mosse necessarie per affrontare un girone storicamente ostico.
L'analisi parte dal tormentato rapporto tra la tifoseria e i vertici societari, segnato nel tempo da alcune uscite pubbliche che hanno lasciato profonde ferite nell'orgoglio della piazza, nonostante l'attuale presidente cerchi di tracciare una linea di netta discontinuità gestionale: “Luigi è un mio amico, io conosco da vent'anni ormai la famiglia De Laurentiis. Luigi è una persona equilibrata, è ovvio che poi contano i risultati sul campo, però adesso ho visto che è andato a parlare col sindaco e ha messo i puntini sulle i, sia uno che l'altro. La sensazione che il Bari sia trattato come una fredda succursale? Questo Luigi non l'ha mai pensato. So delle dichiarazioni di qualche anno fa del papà e lui ovviamente non era d'accordo su queste frasi, ma quando vengono fatte la gente poi se le ricorda. Bari non può essere una succursale di niente, perché a Bari c'è un pubblico, c'è una storia, ci sono trenta o quarantamila persone che possono andare allo stadio. Non sono state scelte le parole e il pensiero di Luigi, sono state fatte altre considerazioni qualche anno fa, sbagliando, perché ovviamente non si possono dire cose del genere”.
Sul contestato modello della multiproprietà e sulla scadenza normativa fissata all'orizzonte, Bagni esprime una visione manageriale pragmatica, slegando la validità dello strumento dalle singole contingenze e concentrandosi sulla qualità degli investimenti: “Io non sono contro le multiproprietà, anche perché se non fanno lo stesso campionato come possono influire? Si fa sempre il discorso per il risultato, ma nella stessa categoria no, non sarebbe giusto, potrebbe esserci interesse. Con una squadra in Serie A, una in B, una in C e una in D, a me non farebbe la differenza. La vedo come una questione positiva soprattutto se le persone sono positive: se vogliono il bene della società, vogliono investire e fare le cose fatte bene, dipende dalle persone sempre. Come si convince un giocatore a sposare un progetto con una scadenza sulla testa? I progetti seri non è che scendano dalla categoria, non tutti hanno la potenzialità di fare un progetto negli anni. È difficile vincere il campionato per chiunque, uno può accettare se gli viene dato il tempo: se fai sei risultati negativi e vieni mandato via diventa complicato, bisogna credere nelle persone e gli allenatori hanno bisogno di tempo”.
In merito al crollo verticale dell'ultima stagione sportiva, l'ex dirigente individua una precisa trappola psicologica che ha progressivamente paralizzato il gruppo squadra, incapace di rimodulare i propri obiettivi minimi di fronte alle difficoltà: “Certe squadre partono con un traguardo e si trovano a lottare per un altro e non sono preparate. Poi ti viene l'ansia, i giocatori che pensavano di fare un altro campionato si trovano in quella situazione di pressione, perché ovviamente la città ti mette pressione, ma è giusto: una città importante ti dà pressione e vuole i risultati, se no uno va a giocare in provincia e fa prima”. Per superare questo blocco e gestire l'ostilità ambientale o il silenzio dello stadio, la ricetta risiede nella capacità di scaricare le tensioni nervose: “Devi dargli leggerezza. Io ho vissuto questa mia professione con leggerezza pure impegnandomi al cento per cento. La pressione c'è già dall'esterno, non puoi darla anche tu como società e penso che il neo-direttore Pierpaolo Marino in questo sia un maestro. Bisogna dare consapevolezza dei propri mezzi e poi leggerezza, perché in queste categorie i giocatori fanno la differenza sempre: se hai due o tre elementi esperti dietro e uno che ti fa gol, sei molto avvantaggiato”.
Proprio in vista della composizione del nuovo assetto tecnico per affrontare un raggruppamento meridionale colmo di insidie e di avversarie strutturate, l'ex calciatore indica una via precisa, caldeggiando la scelta di un profilo di grande carisma e abituato ai vertici della categoria: “Io capisco che in quel girone è tosto, ci saranno Salernitana, Catania, tutte squadre che avranno la possibilità di salire. La Reggiana è retrocessa come il Bari e ha preso un allenatore d'esperienza come Attilio Tesser, uno che ha vinto quattro o cinque campionati. Secondo me in questo momento ci vorrebbe anche per la gente uno di nome che abbia vinto quel tipo di campionati, un vincente di categoria per badare subito al sodo. Conosce la categoria, sa come vincere, è molto lunga, ci sono i playoff, è lunghissima: devi arrivare primo, non è come in Serie A che arrivi tra le prime quattro o cinque e vai in Champions, qui devi vincere il campionato oppure andare ai playoff, che dopo diventano una roulette con una squadra sola che può essere promossa”.
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