Il noto artista e regista cinematografico, natio di Grumo Apula è al centro in questi giorni di un dibattito presso l’Ateneo barese, dove si stabilirà al termine di un consiglio di facoltà o forse ce ne sarà qualcuno di più, se sarà il caso di conferirgli la laurea honoris causa, per il suo operato nel campo del cinema.
“Sacrificare la propria vita per l'arte è una follia” S. Rubini
"La terra", è la storia di un personaggio che si è formato al Nord e torna al Sud per vendere un terreno di famiglia ma viene coinvolto in un’indagine.
Nel 1978 da un piccolo paese della Puglia, si iscrive subito all’Accademia di arte drammatica.
“… Sono un pacifista e non mi sento un essere inferiore, così come non credo che si debbano emarginare i no-global, i ragazzi dei centri sociali, tutti quelli che non entrano nei salotti trasversali tanto di moda oggi. Ecco, io la trasversalità la disprezzo. Se vai di sera in una casa di quelle radical chic, scopri che nessuno va a votare da dieci anni: la gente di potere non vota, non si schiera, si sentono trasgressivi se frequentano chiunque, in modo da poter somigliare di più al potente che verrà dopo le prossime elezioni. È un ragionamento sottile e pericoloso, molto simile a quello di Adriano Celentano: fa l’ecologista, dice che non sa se voterà di qua o di là, finge di essere contro”. S. Rubini.
“… dovremmo aprire le porte a tutti i giovani, essere più forti, più contro il sistema. E invece, mi ci metto anche io, scegliamo di fare cinema sentimentale, leggero, un cinema che somiglia troppo alla tv”. S. Rubini in una disquisizione fantastica sulle consuetudini moderne, aveva citato in tale contesto anche Spadolini, regista unico del passato.
La terra è un film ambientato in una città del brindisino, Mesagne (anche se gran parte delle riprese sono state effettuate a Nardò, nel Salento), a testimonianza di come la Puglia ormai da circa dieci anni sia, insieme alla Sardegna e alla Sicilia, la regione italiana più fertile e vitale per il nostro cinema (e non solo). Basti infatti pensare ai film di Alessandro Piva (LaCapaGira ad esempio), e alle innumerevoli produzioni di cortometraggi e documentari spesso premiati nei festival nazionali e internazionali, non ultimo il film di Checco Zalone ambientato nella bellissima Polignano a Mare . Il noto regista pugliese, Rubini, non dimentica le sue origini, la sua terra, esaltando la ricchezza di una zona che nonostante le difficoltà economiche-sociali che attraversa ha la possibilità di rialzarsi. Nel film "La Terra", numerose sono state le comparse per i ragazzi baresi, aldilà del loro modus vivendi o appartenenza a gruppi politici.
Il girovagare continuamente, si potrebbe dire, tra Roma e la Puglia, ha permesso a Rubini di mettere in piedi nella regione produzioni impegnative, riuscendo ad annoverare nel cast de La terra ad esempio, alcuni tra gli attori più importanti del cinema italiano, come Fabrizio Bentivoglio, Claudia Gerini e la giovane promessa Paolo Briguglia. Il film ha potuto contare inoltre sull’impegno produttivo dell’altro produttore cinematografico, mostro sacro, barese, di Domenico Procacci, a sottolineare il fatto che l’incontro di diverse sinergie (regista, attori, produttore) ha prodotto ne "La terra" un felice connubio.
"L’uomo nero" di Sergio Rubini
Il desiderio di riscoprire le proprie origini sembra aver contagiato in modo inequivocabile il cinema italiano contemporaneo. Sergio Rubini torna alla sua decima fatica come regista, torna con la macchina da presa nella Puglia provinciale degli anni Sessanta, sua terra d’origine abbandonata poco più che adolescente. L’uomo nero è una disincantata e gradevole commedia con toni fiabeschi, diretta e interpretata dallo stesso Sergio Rubini che in quest’opera riversa molto materiale autobiografico, seppur si tratti globalmente di una storia di pura fantasia.
Ernesto Rossetti (Sergio Rubini) è il capostazione della ferrovia locale. Vive in un piccolo appartamento con la moglie Franca (Valeria Golino), il piccolo figlio Gabriele e il cognato Pinuccio (Riccardo Scamarcio), uno scapolo stralunato che gestisce un’avviata drogheria. Dopo una vita di frustrazioni dovute principalmente all’impossibilità di dar pienamente sfogo al suo estro artistico, Ernesto, che si diletta con un certo talento di pittura, su consiglio della sua mecenate personale donna Valeria (Anna Falchi), decide di inaugurare per la festa del paese una mostra con il meglio dei propri quadri. Il non idilliaco rapporto con gli intellettuali del luogo, il Professor Venusio e l’Avvocato Pezzetti, che con cattiverie e un po’ di malignità affossano ogni ambizione artistica del ferroviere, porterà Ernesto verso un inatteso quanto scaltro epilogo.
Realizzato con grande maestria in modo dettagliato, frutto anche dell’esperienza ormai consolidata del regista pugliese, "L’uomo nero" non è solo la classica storia di provincia che punta esclusivamente su caratterizzazioni abbozzate o meno, ma cerca di andare oltre gli schemi, entrando in altre parole nelle anime dei personaggi facendo emergere le passioni, la paura di non farcela, i risentimenti, le ambizioni e le mille sfaccettature che contraddistinguono ogni essere umano.
Se Ernesto è diviso tra l’amore verso la famiglia e le proprie mire artistiche, all’apparenza agli antipodi rispetto ai doveri di padre e marito, lo zio Pinuccio è una sorta di “bambascione” , si direbbe a Bari (espressione dialettale, che indica un adulto mai cresciuto, ancora ragazzone), senza legami affettivi che però trova nella famiglia un punto d’appoggio e di sostegno irrinunciabili. Commedia atipica che punta a far riflettere piuttosto che a generare risate estemporanee, L’uomo nero è un film che guarda a “Ieri” per dare risposte sul “Presente”. Così come Gabriele, il figlio di Ernesto, riuscirà a comprendere la genialità del padre solo quando sarà troppo tardi. Il regista fa cogliere allo spettatore come esistono diverse zone d’ombra nella vita, diverse sfaccettature che vanno dall’invidia a falsi illusioni o aspettative esagerate che spesso e volentieri ci inducono erroneamente a inserirci in una categoria, a ghettizzarci in qualche modo, dimenticandoci di essere “uomini liberi”.
E’ stata fatta una carrellata di alcuni film del grandissimo Sergio Rubino, personaggio di grande cultura che nella sua carriera cinematografica non ha mai dimenticato le sue origini. Il regista pugliese è in procinto di ricevere una laurea honoris causa, titolo del tutto simbolico, che ha poca valenza giuridica, in quanto non potrebbe essere esercitata la professione, ma ci rivolgiamo ai lettori, secondo voi, un’artista del genere non la merita più di chiunque altro una laurea honoris causa? Uno studente universitario che si applica con dedizione allo studio ed amore per la cultura, quale problema o invidia o gelosia potrebbe nutrire nei confronti di un grande artista? A voi il giudizio, io personalmente affermo: “Chapeau Dottor Sergio Rubini!”
Marco Iusco
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