C’è un silenzio particolare che accompagna le retrocessioni. Non è quello della rabbia immediata, delle contestazioni a caldo o delle urla dopo il fischio finale. È un silenzio più pesante, più profondo. È quello che oggi avvolge Bari e il Bari. Perché la Serie C, per una piazza come questa, non è semplicemente una categoria: è una ferita che si riapre.
E allora, passata la notte del Druso, passate le lacrime e le recriminazioni, resta soltanto una domanda: da dove si riparte?
Il problema, però, è che prima ancora di ripartire bisogna capire cosa sia rimasto in piedi. Perché questa retrocessione non è un incidente di percorso. È il punto finale di un lento svuotamento tecnico, emotivo e identitario. Una squadra che negli ultimi due anni ha perso progressivamente tutto: entusiasmo, carattere, qualità, leadership. Fino ad arrivare a una stagione giocata quasi sempre con la sensazione di essere in balia degli eventi.
Il Bari è retrocesso molto prima dello 0-0 di Bolzano. È retrocesso nelle scelte sbagliate, nei mercati fallimentari, negli allenatori cambiati senza mai trovare una direzione vera. È retrocesso nella costruzione di una rosa senza anima, incapace di capire il peso specifico di questa maglia. E soprattutto è retrocesso nella totale assenza di ambizione trasmessa dall’alto.
La multiproprietà resta inevitabilmente al centro delle critiche. Perché Bari, negli ultimi anni, ha avuto spesso la sensazione di essere una priorità secondaria, una dependance calcistica più che un progetto centrale. E quando una piazza percepisce disinteresse, finisce inevitabilmente per scollegarsi dalla squadra. Anche se poi, come sempre, il popolo biancorosso è stato l’ultimo ad arrendersi.
Ora però serve chiarezza. Serve capire quale sarà il progetto tecnico, chi guiderà la ricostruzione, quali giocatori avranno davvero voglia di restare. Perché la Serie C non perdona improvvisazione o sufficienza. È un campionato sporco, duro, logorante. E il Girone C, quello che attende il Bari, è probabilmente il più difficile possibile.
La sensazione è che ci sarà una rivoluzione quasi totale. Tanti andranno via, alcuni inevitabilmente, altri forse con troppa leggerezza dopo aver contribuito a questo disastro sportivo. Pochi sembrano davvero in grado di rappresentare un punto di ripartenza. Mantovani, per spirito e leadership. Forse Moncini, se dovesse scegliere di restare. Cerofolini difficilmente sarà ancora in C, così come Dorval o Rao, destinati a categorie superiori.
Ma oltre i nomi, il Bari deve ritrovare qualcosa di molto più importante: un’identità.
Perché ciò che ha fatto più male in questa stagione non sono state soltanto le sconfitte. È stata l’assenza quasi costante di una reazione, di un senso di appartenenza, di una squadra capace almeno di trasmettere dolore e orgoglio. Troppe volte il Bari è sembrato una formazione senz’anima, incapace di comprendere il peso di ciò che stava accadendo.
Adesso il rischio più grande sarebbe affrontare la Serie C con superficialità, come se bastasse il nome “Bari” per tornare subito in alto. Non funziona così. Lo insegna la storia recente di tante piazze finite nel tunnel della terza serie.
Per questo il prossimo passo sarà il più importante di tutti: scegliere se questa retrocessione dovrà essere soltanto una caduta o l’inizio di un’altra lenta deriva.
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