Con l’addio di Ciccio Brienza, Valerio Di Cesare è stato investito di una carica molto importante in questa stagione. La fascia da capitano, infatti, è passata sul braccio dell’esperto difensore romano. Oggi compie 37 anni, un’età certamente avanzata ma che proverà a far dimenticare anche nel prossimo futuro. Per un parere, la nostra redazione ha contattato gli ex capitani biancorossi per commentare il significato dell’attuale ruolo del classe ‘83.

Così Pietro Maiellaro, guida del Bari nella serie A 1990/91, l’ultimo campionato del fantasista tra le fila dei galletti: “Portare la fascia ha un significato particolare. Per chi ci arriva non è una cosa semplice, soprattutto quando c’è gente più esperta, anziana e che milita da più anni. Per me fu un fatto un po’ strano perché me l’annunciò il presidente tramite una chiamata al telefono. Mi disse: “Vieni che ti devo parlare”, ed io andai a trovarlo in centro, mentre lui stava dal barbiere. In quella circostanza, mi comunicò che voleva diventassi capitano. Bisogna essere consapevoli di ciò che si fa, più rispettosi. Le responsabilità aumentano: si deve essere bravi ed all’altezza della situazione, facendosi rispettare dai compagni. Avevo la personalità per poterlo fare. Di Cesare non lo conosco personalmente, però ha fatto una bella carriera. Certamente se fa il capitano è perché può farlo, ma non so quello che potrà ancora dare considerando l’età e le sue condizioni. Fare la serie C è un conto, fare la B è un altro”.

Gaetano De Rosa, capitano nella stagione 2003/04, ha valutato: “La fascia è un grande attestato di stima, di fiducia e di responsabilità. Si porta il peso di rappresentare una città, assumendosi delle cariche ed essere l’esempio da seguire in qualsiasi circostanza, malgrado le situazioni. È un privilegio ed una soddisfazione, chiaramente quando le cose non vanno benissimo il capitano è il primo che deve risponderne. Quello che ho sempre cercato di far comprendere è che fare il calciatore non priva il soggetto della natura umana e dei suoi limiti, ad esempio il tempo e il non avere le risposte necessarie a certi momenti. L’ostinazione che c’è ancora nel calcio è quella di attribuire una risposta a tutto quanto, ma non è così. Noi abbiamo soltanto il dovere e l’obbligo di essere dei professionisti, di prepararsi al meglio, di fare una vita consona, di impegnarsi al massimo. Ma non significa giocare bene e ottenere dei risultati, che non dipendono dall’operato”.

Sezione: Esclusive / Data: Sab 23 maggio 2020 alle 10:00
Autore: Gabriele Bisceglie
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