Il Bari sta costruendo il proprio futuro. Dopo settimane di riflessioni e valutazioni interne, il club biancorosso è al lavoro per definire l’assetto dirigenziale che dovrà guidare la programmazione della prossima stagione. Una fase delicata, probabilmente la più importante, perché dalle scelte di oggi dipenderanno le ambizioni di domani.
In questo contesto, i nomi che stanno emergendo con maggiore insistenza sono quelli di Pierpaolo Marino e Mauro Meluso. Il primo per il ruolo di direttore generale, il secondo per quello di direttore sportivo. Profili di assoluto spessore, con alle spalle esperienze significative e una profonda conoscenza del calcio italiano.
Eppure, osservando il quadro nel suo insieme, c’è una sensazione difficile da ignorare. Marino e Meluso non sono soltanto due dirigenti esperti. Sono anche due figure che, in tempi diversi, hanno fatto parte dell’universo Napoli e che hanno già avuto rapporti professionali con la famiglia De Laurentiis. Un dettaglio che, preso singolarmente, potrebbe significare poco. Ma che assume un peso diverso se inserito nella storia recente del Bari.
Da anni il club pugliese convive con un interrogativo mai del tutto archiviato: fino a che punto il suo percorso sarà realmente autonomo rispetto a quello del Napoli? Una domanda che riaffiora puntualmente ogni volta che decisioni, strategie o uomini sembrano riportare a Castel Volturno più che a Bari.
Sia chiaro: scegliere Marino e Meluso non significherebbe automaticamente trasformare il Bari in una dependance azzurra. Sarebbe anzi una scelta legittima e, per certi aspetti, anche comprensibile, considerando il bagaglio di esperienza dei due dirigenti. Ma le coincidenze, nel calcio come altrove, contribuiscono a creare percezioni.
Ed è proprio la percezione a rappresentare il punto centrale della questione. Perché se la futura struttura dirigenziale dovesse essere composta da uomini che hanno già condiviso una parte del proprio percorso professionale con il Napoli e con i De Laurentiis, diventerebbe inevitabile associare ancora una volta il progetto Bari a quello partenopeo. Non per ciò che è, ma per ciò che appare.
La prossima stagione dovrà quindi servire anche a questo: dissipare definitivamente ogni ambiguità. Perché il Bari ha bisogno di costruire una propria identità forte, riconoscibile e indipendente. E perché, al netto dei nomi e delle carriere, il rischio più grande non è essere il Napoli B. È continuare a dare l’impressione di poterlo diventare.
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