Il Mondiale 2026 è ormai cominciato e, dopo le prime partite, continuano a fioccare le analisi sui pronostici della Coppa del Mondo. C’è chi vede la Spagna favorita, con la Francia e l’Argentina a seguire. Ma le sorprese, in una competizione del genere, sono sempre dietro l’angolo.
Nella storia dei Mondiali, il Bari ha presentato spesso molti giocatori che militavano nel club quando sono stati protagonisti. O, addirittura, ha lanciato poi campioni che si sono affermati con altre maglie, prima di vincere la Coppa del Mondo. E, in particolare, sono effettivamente 2 gli ex Bari riusciti nell’impresa di vincere un Mondiale, entrambi nello stesso anno e con l’Italia: si tratta di Gianluca Zambrotta e Simone Perrotta, trionfatori con l’Italia di Lippi nel 2006.
Gianluca Zambrotta, il talento esploso sulla fascia
Gianluca Zambrotta è probabilmente il caso più emblematico di calciatore cresciuto a Bari fino a diventare profilo internazionale. Arrivato dal Como, trovò in Puglia un ambiente ideale per compiere il salto: una squadra ambiziosa, una piazza passionale e un allenatore, Eugenio Fascetti, capace di valorizzare i giovani senza proteggerli troppo. Zambrotta non era ancora il terzino totale che l’Europa avrebbe imparato a conoscere: nei suoi anni baresi era soprattutto un esterno di grande gamba, brillante nell’uno contro uno, capace di strappare campo e di incidere anche in zona gol.
La sua esperienza al Bari, tra il 1997 e il 1999, fu breve ma intensa. In biancorosso mise insieme numeri importanti e, soprattutto, attirò l’attenzione della Juventus. Il trasferimento a Torino segnò l’ingresso in una dimensione superiore, ma le radici della sua consacrazione restano anche nella stagione barese in Serie A. Fu lì che Zambrotta imparò a misurarsi con avversari di livello assoluto, trasformando la velocità in continuità e l’istinto offensivo in disciplina tattica.
Nel 2006, al Mondiale tedesco, Zambrotta era ormai un interprete maturo, uno dei migliori esterni difensivi della sua generazione. Lippi lo utilizzò come pedina fondamentale nella fase difensiva e nella costruzione laterale. La sua partita simbolo fu il quarto di finale contro l’Ucraina: gol, assist e una prestazione dominante. Ma il suo Mondiale non si riduce a una notte. Fu una presenza costante, autorevole, tecnicamente pulita, capace di dare equilibrio a una Nazionale costruita su difesa, intelligenza tattica e spirito collettivo.
Simone Perrotta, il motore silenzioso diventato indispensabile
Simone Perrotta arrivò al Bari nel 1999, dentro un’operazione legata proprio al passaggio di Zambrotta alla Juventus. La sua parabola biancorossa fu meno scintillante, almeno sul piano mediatico, ma non meno significativa. A Bari Perrotta giocò due stagioni, vivendo anche momenti complicati, compresa la retrocessione. Eppure proprio quelle difficoltà furono parte della sua educazione calcistica. Non tutti i percorsi verso la gloria passano da stagioni trionfali; alcuni si costruiscono nella fatica, nelle sconfitte, nella necessità di resistere.
Centrocampista dinamico, ordinato, generoso, Perrotta avrebbe trovato piena valorizzazione negli anni successivi, prima al Chievo e poi soprattutto alla Roma. Ma il Bari gli offrì minuti, responsabilità e una palestra competitiva di alto livello. In Puglia consolidò l’abitudine al lavoro sporco, alla copertura degli spazi, al sacrificio senza clamore: qualità che sarebbero diventate essenziali nella Nazionale del 2006.
In Germania, Perrotta fu uno degli uomini più utili di Lippi. Non il più appariscente, non il più celebrato, ma uno di quelli che fanno funzionare una squadra. Giocò con continuità, interpretando un ruolo prezioso nel centrocampo azzurro: pressione, inserimenti, equilibrio, corsa senza palla. In una Nazionale piena di personalità forti, da Buffon a Cannavaro, da Pirlo a Totti, Perrotta fu il collante. Il suo Mondiale racconta una verità spesso dimenticata: le squadre che vincono non sono fatte soltanto di fuoriclasse, ma anche di giocatori capaci di dare senso tattico al talento degli altri.
Il Bari come snodo, non come semplice parentesi
Zambrotta e Perrotta non vinsero il Mondiale da giocatori del Bari in senso stretto, ma il Bari fu una tappa reale della loro costruzione. Per questo la loro presenza nella memoria biancorossa non può essere liquidata come una coincidenza statistica. Entrambi passarono dalla Puglia prima di diventare campioni del mondo; entrambi portarono nel loro bagaglio una parte di quell’esperienza, fatta di pressione, entusiasmo, instabilità e crescita.
Il Bari degli anni Novanta e dei primi Duemila non era una superpotenza, ma sapeva produrre e valorizzare calciatori. In un calcio italiano ancora ricchissimo di talento, il club pugliese funzionava come una frontiera: abbastanza grande da pretendere personalità, abbastanza difficile da selezionare chi aveva davvero carattere. Chi emergeva lì, spesso, aveva qualcosa in più.
Nel racconto della notte di Berlino, Bari non compare in primo piano. Le immagini sono quelle del rigore di Grosso, della coppa sollevata da Cannavaro, dell’abbraccio collettivo di una Nazionale entrata nella storia. Eppure, dentro quella squadra, c’erano anche due traiettorie passate dal biancorosso. È una traccia discreta, ma preziosa: la prova che anche una piazza lontana dai trionfi internazionali può lasciare la propria impronta su una vittoria mondiale.
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