Basta guardarsi indietro. Il verdetto del campo è storia vecchia di ormai quasi un mese, metabolizzato con la rabbia sorda di chi ha visto cronometrare un disastro annunciato domenica dopo domenica. Oggi, a tre giorni dal decisivo 16 giugno, non ci si può più fermare a piangere sul latte versato della categoria perduta. Quella ferita sanguina ancora, è innegabile, ma l'attenzione generale si sposta su qualcosa di infinitamente più grande: la sopravvivenza stessa del calcio a Bari. Il tempo dei rimpianti è scaduto. La città si trova dentro i secondi finali di un braccio di ferro spietato che rischia di cancellare il club dalla mappa del professionismo per un grottesco e inaccettabile suicidio burocratico. Uno scenario che chi investe soldi, tempo e passione per questa maglia non può minimamente accettare.

L'Astronave del San Nicola, che per diritto acquisito dovrebbe essere il tempio del calcio barese, si è trasformata nel teatro di una guerra di nervi logorante, giocata sulla pelle di un'intera tifoseria. Da una parte c'è il sindaco Vito Leccese, la cui linea del pugno duro appare come la logica conseguenza del sentimento profondo di una piazza umiliata, stanca di essere considerata una succursale o, peggio ancora, un fastidioso peso da gestire a distanza. Le condizioni imposte dal Comune non sono semplici pretese politiche. Rappresentano un vero e proprio cordone di sicurezza eretto a protezione della dignità della città. È lo scudo di una piazza che dice "adesso basta".

Dall'altra parte del campo, il copione resta quello che fa scattare l'allarme generale: il silenzio di Via Torrebella e le solite, fumose indiscrezioni su fantomatici "fondi interessati". La piazza è stanca delle favole. Il Bari non si iscrive al campionato con le bozze di intenti, con le promesse sussurrate o con i "vedremo" pronunciati per prendere tempo. La realtà dice che mancano poco più di settantadue ore. Senza la firma sulla concessione dello stadio, e con le porte drammaticamente sbarrate dai comuni vicini come Altamura e Monopoli, il rischio del baratro dilettantistico si trasforma in una realtà matematica. Pensare di poter perdere il professionismo per per orgoglio societario è un controsenso intollerabile. Se la proprietà De Laurentiis ha intenzione di onorare la scadenza federale, deve farlo accettando le regole di una città che ha smesso, una volta per tutte, di fare sconti e regali a chiunque.

La Serie C alle porte non farà sconti a nessuno ed esige una ricostruzione totale, immediata e senza compromessi. Troppe volte si sono viste sfilare al San Nicola figurine svogliate, scommesse da valorizzare per conto terzi o giocatori con contratti faraonici privi di qualsiasi reale attaccamento alla causa. Quella gestione superficiale deve interrompersi oggi. C'è bisogno di elementi che sappiano cosa significa lottare nel fango della Lega Pro, guidati da dirigenti presenti, operativi, che ci mettano la faccia ogni giorno e che abbiano pieni poteri decisionali, non figure telecomandate da altrove.

La tifoseria ha già pagato il prezzo più alto, ingoiando bocconi amari su ogni campo d'Italia senza mai far mancare il proprio supporto. Ora la palla passa a chi detiene il titolo sportivo: è il momento di assumersi la responsabilità storica di questo preciso momento. O si firma accettando di garantire un futuro limpido e trasparente a questa piazza, oppure si passi la mano immediatamente a chi ha davvero voglia di investire e rispettare Bari. Il tempo è scaduto, e la pazienza generale pure.

Sezione: News / Data: Dom 14 giugno 2026 alle 09:00
Autore: Martina Michea
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