La fine dell’era Matarrese doveva rappresentare l’inizio di una nuova epoca. Doveva essere il passaggio verso un Bari finalmente moderno, ambizioso, stabile. E invece, guardando oggi il percorso compiuto dal club biancorosso negli ultimi quindici anni, emerge una sensazione opposta: il post-Matarrese è stato un lungo, estenuante periodo senza tregua, fatto di illusioni, crolli, ripartenze e nuove delusioni.
Tutto iniziò nel 2014, con l’asta per l’aggiudicazione del club dopo il fallimento. Ad aggiudicarsela fu Gianluca Paparesta, ex arbitro internazionale che scelse di lanciarsi nella sfida più complessa della sua carriera: provare a rilanciare il Bari. L’entusiasmo iniziale fu enorme. La piazza intravedeva la possibilità di una rinascita. E in effetti, almeno sul campo, il primo Bari di Paparesta regalò emozioni fortissime.
Fu la stagione della cosiddetta “meravigliosa annata fallimentare”, quella del 2013-14 proseguita nel segno di una rincorsa incredibile. Con Guido Angelozzi dietro la scrivania e Alberti prima in panchina, il Bari sfiorò un’impresa che avrebbe avuto del clamoroso: la promozione in Serie A dopo il fallimento societario. Quel sogno si fermò in semifinale playoff contro il Latina. Una ferita che brucia ancora.
Da lì, però, cominciò la discesa nell’instabilità. La gestione Paparesta non riuscì a consolidarsi economicamente. Il club rimase in bilico tra ambizioni dichiarate e difficoltà strutturali. Arrivarono cambi societari, tensioni interne e infine il passaggio di consegne a Cosmo Giancaspro.
Anche lì, le speranze iniziali lasciarono presto spazio al caos. Il Bari continuò a galleggiare in Serie B senza trovare la spinta decisiva verso la Serie A. Allenatori cambiati, progetti tecnici interrotti, promesse non mantenute. Fino al crollo definitivo del 2018: il fallimento. Il secondo trauma nel giro di pochi anni. Una città intera costretta a vedere la propria squadra sparire dal calcio professionistico.
La rinascita arrivò grazie alla famiglia De Laurentiis. L’ingresso della multiproprietà venne accolto inizialmente come una garanzia. Il nome pesava. La solidità economica pure. La ripartenza dalla Serie D sembrava l’inizio di un percorso lineare verso il ritorno in alto.
In parte lo è stato. Il Bari è tornato rapidamente nel professionismo. Ha ritrovato la Serie B. Ha persino sfiorato la Serie A nel 2023, nella notte più dolorosa di tutte, quella del gol di Leonardo Pavoletti al 94’ nella finale playoff contro il Cagliari Calcio.
Sembrava il punto di partenza per costruire qualcosa di grande. Invece, proprio da quella notte, qualcosa si è rotto. Il silenzio societario dopo la finale persa, le dichiarazioni infelici, la sensazione crescente di una proprietà più concentrata sugli equilibri della multiproprietà che sul progetto Bari. La piazza ha iniziato a percepire distacco, freddezza, mancanza di ambizione.
Le tre stagioni successive hanno certificato il crollo. Prima la salvezza sofferta ai playout contro la Ternana. Poi il disastro definitivo: la retrocessione in Serie C dopo il doppio confronto col Südtirol. Un epilogo che sembrava impensabile solo due anni fa.
E così il paradosso è servito. Per anni, parte della tifoseria aveva visto la fine dell’era Matarrese come la liberazione da un ciclo esaurito. Eppure, da allora, il Bari non ha mai davvero trovato pace. Paparesta, Giancaspro, il fallimento, la rinascita con De Laurentiis e ora un nuovo baratro.
Un post-Matarrese senza tregua, appunto. Senza continuità. Senza stabilità. Senza una vera identità dirigenziale duratura. Il problema, forse, è proprio questo. A Bari non è mai mancata la passione. Non è mai mancato il pubblico. Non è mai mancata la fame di calcio. È mancato tutto il resto: progettualità, visione, continuità.
E oggi, guardando il presente, la domanda torna inevitabile: dopo quindici anni di turbolenze, quando finirà davvero questo interminabile dopoguerra biancorosso?
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