A volte il calcio ti mette davanti allo specchio senza pietà. Niente alibi, niente fronzoli: solo la classifica, nuda e crudele, che racconta più di mille parole. E oggi quel numeretto accanto al nome Bari non fa paura solo perché è basso, ma perché sembra quasi raccontare una squadra smarrita, fragile, in bilico tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che purtroppo è diventata. Zona playout: un territorio che il Bari non avrebbe dovuto nemmeno sfiorare, e che invece oggi è realtà. Una realtà che pesa, che brucia, che fa rumore.
Eppure, proprio quando sembra che tutto scivoli verso il peggio, il calcio fa quello che sa fare meglio: lascia uno spiraglio, un “se”. Quel pareggio contro la Juve Stabia non è stato una rinascita, ma è stato un segnale: compattezza, coraggio, almeno un barlume di identità. Troppo poco per sentirsi al sicuro, ma abbastanza per provare a ripartire. Perché ora non servono promesse o dichiarazioni: serve una scossa. Una di quelle che cambiano il volto di una stagione, che trasformano la paura in rabbia agonistica, l’insicurezza in determinazione. Serve soprattutto una scintilla emotiva, qualcosa che ricordi a questa squadra che può ancora essere viva.
E forse, paradossalmente, quella scintilla arriva proprio nel momento più complicato: Bari–Pescara. Uno scontro diretto vero, pesante, di quelli che non si preparano solo tatticamente ma emotivamente. La classifica dice che è una gara da dentro o fuori; il contesto dice che è un bivio; il campionato dice che può diventare l’inizio di una risalita. Vincere significherebbe molto più dei classici tre punti: significherebbe cominciare di nuovo a crederci. Anche solo una prestazione solida potrebbe ridare fiducia a un gruppo che finora è sembrato camminare senza anima, come una squadra in bianco e nero senza volume.
E poi c’è una storia nella storia: Vivarini. Il destino, ogni tanto, ha memoria e decide che certi incroci meritano una pagina speciale. A Pescara era partito un percorso, poi interrotto. Non serve chiamarla vendetta, ma è inutile fingere che una vittoria non avrebbe per lui un sapore diverso: più personale, più profondo, più simbolico. Lunedì potrebbe diventare la sua occasione per riprendersi qualcosa che sente di non aver chiuso.
Per questo la partita non è solo una partita: è un’opportunità. Un passaggio obbligato per ricostruire identità, fiducia, ambizione. Se il Bari riuscirà a trasformare la pressione in energia, la paura in fame e la timidezza in carattere, allora forse un giorno qualcuno dirà: “La risalita è iniziata lì.” Perché il calcio, come la vita, non pretende perfezione: pretende soltanto una cosa. Coraggio.
Adesso il Bari deve dimostrare di averlo.
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