Italo Florio è nato a Cosenza il 12 agosto 1953 e nonostante la statura non proprio imponente divenne uno degli idoli del Bari, dove giocò cinque stagioni, due in serie B e tre in serie C1. Il suo tratto caratteristico, oltre al baffo così comune negli anni ’70, era il dribbling sulla fascia, che lo rese celebre tra i tifosi biancorossi tanto da farlo ritenere a molti uno dei dieci giocatori più divertenti di sempre della storia del Bari. Dopo il sofferto addio alla squadra pugliese, giocò anche nella Reggiana, nel Barletta e nel Matera. Gli esordi, giovanissimo, furono a Firenze, corredati da un’esperienza nella nazionale juniores con Antognoni e D’amico, nel 1972. A Firenze Florio ha conosciuto sua moglie e ha dato alla luce due figli, e nella città dell’Arno vive tutt’oggi, dedicandosi al fasciatoio dei nipotini più che alla fascia del campo di gioco.
Florio, una carriera se vogliamo breve, ma molto intensa. Come mai ha smesso di giocare così presto?
"Probabilmente il vero motivo che mi spinse ad appendere gli scarpini al chiodo fu l’amore per la famiglia. Seppur giovane, ero sposato (lo sono tuttora) ed avevo già due figli piccoli. Quando si presentò l’opportunità per un ultimo contratto, a Palermo, ritenni di non accettare perché non avevo sinceramente voglia di un ennesimo trasferimento (più che per me, per la famiglia). E così mi ritirai."
A soli 16 anni Lei venne acquistato dalla Fiorentina che aveva appena vinto il suo secondo scudetto. Una Fiorentina straordinaria. C’era il rischio di montarsi la testa? Come è andata a finire?
"Il rischio di montarsi la testa c’era, è innegabile. Ma senza voler raccontare i soliti stereotipi posso dire che il calcio degli anni ’70 era differente. I giovani del vivaio vivevano tutti assieme nel centro sportivo della Fiorentina e i campioni della prima squadra ci insegnavano anche a vivere e a restare con i piedi per terra. De Sisti, Amarildo, quelli che mi vengono immediatamente in mente, erano campioni anche nella disponibilità verso noi ragazzi."
Lei viene ricordato soprattutto per i quattro d’anni d’oro a Bari. Ancora adesso, nei forum dei tifosi biancorossi, viene immortalato come un mito per la Sua corsa, i Suoi dribbling, e quell’episodio in cui… stiamo parlando di quando si sedette sul pallone in piena fase di gioco, come potrà immaginare… Ce lo racconti, quell’episodio
"Quell’episodio, è innegabile, resterà negli annali della storia della grande Bari, come lo chiamavano i tifosi. Era la stagione 1972-1973, si giocava un Bari-Arezzo inchiodato sullo 0-0 a pochi minuti dal termine, in una partita dall’eccessivo tatticismo. Il mio diretto avversario (all’epoca la marcatura a uomo era la regola), un terzino di cui, in tutta onestà, al momento mi sfugge il nome, mi aveva letteralmente tartassato di falli dall’inizio della partita. A seguito di un calcio d’angolo e di un colpo di testa che ci portò in vantaggio a ridosso del fischio finale, mi restava un solo modo per ridicolizzare il mio avversario e così, come avviene nelle arene quando il matador chiama a sé il toro, lo chiamai, in piena fase di gioco, e quando fu al mio cospetto per marcarmi, feci tre o quattro dribbling e poi mi sedetti sul pallone. Fu meraviglioso e liberatorio. E credo che i tifosi abbiano capito lo spirito del gesto."
Quali sono i tre ricordi più belli della Sua storia da calciatore? E quali sono i tre ricordi peggiori?
"Premetto che scavare nei ricordi non è il mio forte, ma tra i momenti migliori della mia carriera non posso dimenticare l’esordio in serie A in maglia viola, contro il Milan di Rivera, che mi trovai davanti in campo non senza emozione. Quella partita finì 2 a 0 per la Fiorentina. Un altro bel momento fu in occasione della partita Bari-Catanzaro, stagione 1972-1973, la mia prima a Bari. Bisogna premettere che due anni prima il Bari aveva perso contro il Catanzaro lo spareggio per la promozione in serie A, giocato a Napoli. Pertanto, la partita era davvero sentita. Perdevamo 1 a 0, finchè non mi sono svegliato e con un gol e due assist ho aiutato la squadra a vincere 3 a 1. Fu l’apoteosi. A vent’anni, cosa si può chiedere di più? Quello fu il giorno in cui entrai nel cuore dei tifosi biancorossi. Ricordo con piacere anche il giorno in cui il Bari, che deteneva in comproprietà con la Fiorentina il mio cartellino, mi riscattò definitivamente. Fu un bel momento.
E tra i momenti peggiori quale le viene in mente?
"Curiosamente, tra i momenti peggiori ricordo proprio quello in cui la Fiorentina mi cedette in comproprietà al Bari, nel 1972. In quel momento percepivo la cessione come una sconfitta. In seguito, ebbi modo di ricredermi. Per me Bari fu il massimo. Per questo, tra i momenti più tristi della carriera, ricordo quello della retrocessione del Bari in C – allora si chiamava così – nel 1974. Altrettanto triste fu il giorno della mia cessione, finii alla Reggiana per problemi con l’allenatore, Giacomino Losi. A quei tempi al Bari finivano spesso giocatori su indicazione di un certo Moggi, e gli allenatori venivano scelti di conseguenza… Fu doloroso per me lasciare i colori biancorossi in quel modo, ma l’affetto che il pubblico mi regala ancora oggi dimostra come l’addio non dipese da mie colpe particolari."
Com’erano i Suoi rapporti con gli allenatori? Chi è stato il mister con cui si è trovato meglio? E quello che detestava (ce lo dica, suvvia, non potranno certo metterLa fuori rosa oramai!)?
"I miei rapporti con gli allenatori erano sempre difficili all’inizio. C’erano parecchi dissidi, frutto di alcuni equivoci sulla mia persona. Bastava un mese, però, per trasformare i rapporti e renderli idilliaci, quando gli allenatori si rendevano conto che non ero una persona “tutto fumo e niente arrosto”, ma che, al contrario, facevo gruppo ed ero anche un trascinatore. Il mister con cui legai di più fu probabilmente Francisco Lojacono, a Barletta (Lojacono ha vestito, da giocatore, le maglie di Roma, Fiorentina, Sampdoria, nonché delle nazionali italiana e argentina, Ndr). Quello che ricordo con meno piacere fu proprio il già citato Losi, anche se le colpe non furono tanto sue, ma della situazione che si era venuta a creare, anche attorno al mercato."
Chi è stato il calciatore italiano in assoluto più forte della Sua epoca? E tra quelli stranieri?
"Quando si parla dei giocatori migliori, si finisce inevitabilmente a citare i grandi numeri dieci. Anche il riconoscimento del Pallone d’Oro dimostra la verità della mia affermazione: sono i numeri dieci i punti di riferimento nel calcio. Per cui non posso che menzionare Rivera tra gli italiani e Pelè tra i giocatori stranieri."
Chi, invece, è stato a Suo parere il giocatore italiano più forte degli ultimi 20 anni? E quello straniero?
"Confermando quanto ho detto in precedenza, cito Roberto Baggio, straordinario, e, ovviamente, Diego Armando Maradona."
Come, secondo Lei, è cambiato il calcio negli ultimi 30 anni (non ci risponda che girano più soldi, per carità!)?
"Il fattore economico ha influito nel cambiamento del calcio, non si può negare una simile ovvietà. Ma se vogliamo tralasciare questo aspetto posso senz’altro sottolineare come sia aumentata l’attenzione verso la preparazione atletica e la medicina sportiva. Settori che richiedono, oggi, una competenza decisamente maggiore. Parlando di regole, ciò che maggiormente ha influito nel cambiamento del gioco è stata l’abolizione della possibilità di retropassaggio al portiere e, anche se nessuno ne parla, il peso del pallone. Ai miei tempi, se pioveva, per alzare un pallone facendo un cross decente, serviva la forza di Ercole. Oggi è diverso. Ed è sicuramente più facile per gli attaccanti, ma terribilmente più difficile per i portieri."
Tecnicamente e tatticamente, qual è stato il calcio più bello che Lei abbia visto giocare?
"Tecnicamente il Brasile del 1970 resta inarrivabile, così come a livello tattico la nazionale olandese tra il ’74 e il ’78 diede lezione a tutti. Negli ultimi dieci anni, invece, il Barcellona è l’esempio da seguire. Impressionante. Giocare con Messi sarebbe piaciuto anche a me…"
Autore: Redazione TuttoBari
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